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Gaza, il bagno di sangue annunciato

1' di lettura

Dopo il climax di tensione raggiunto il 15 maggio scorso, nella Striscia palestinese si torna a morire, un esito che, per certi versi, era già scritto

Tanto tuonò che alla fine piovve. Non c’era bisogno di essere un profeta per prevedere che a Gaza, prima o poi, la situazione sarebbe precipitata nuovamente. Le ultime notizie che giungono dall’enclave palestinese dimostrano come la tensione sia giunta a livelli critici, con un massiccio lancio di razzi verso lo Stato Ebraico e uno scontro a fuoco tra milizie di Hamas e forze speciali israeliane impegnate in un’operazione segreta a Khan Younes.

Un dettaglio, quest’ultimo, che suona come un grave campanello d’allarme. Da un lato perché è stato ucciso un capo dell’ala militare del partito islamista, dall’altro perché è morto anche un soldato di Tsahal, l’esercito dello Stato Ebraico.

Una storia che divide

Sarebbe bello, una volta tanto, poter scrivere del perenne conflitto israelo-palestinese evitando le etichette ideologiche.

Perché sì, è vero, Israele sta strangolando la Striscia con un embargo crudele che colpisce la popolazione civile: le condizioni di vita dei palestinesi sono oggettivamente inaccettabili. 4 ore di acqua ed elettricità al giorno, strutture pubbliche al collasso, impossibilità pratica di svolgere la più banali attività commerciali: dalla pesca all’importazione dei beni più elementari; l’impossibilità di fornire assistenza medica alle fasce fragili della popolazione, la disoccupazione al 60%. E poi, come ricordato più volte, l’ultimatum fissato dall’Onu per cui nel 2020 – cioè tra meno di due anni – la Striscia sarà invivibile.

Questa situazione è una precisa responsabilità della dirigenza israeliana e del giro di vite voluto dal governo Netanyahu.

Dall’altro lato, però, non si possono neanche ignorare le responsabilità palestinesi. Che alle prime elezioni libere si affidarono ad Hamas, una formazione che ha scritto a chiare lettere nel suo atto fondativo che il suo obiettivo è la distruzione dello Stato Ebraico, che ha sostanzialmente rigettato ogni possibilità di dialogo con Fatah, l’altra formazione palestinese che guida la Cisgiordania che ha un’interlocuzione con Israele. Che ha una dirigenza complessivamente corrotta e inaffidabile.

Né si può trascurare il fatto che il mondo arabo ha più volte usato la causa palestinese come pretesto, ma che poi ha fatto assai poco, in concreto, per sostenere la popolazione. Basti pensare che l’Egitto ha sigillato le frontiere con Gaza.

La soluzione impossibile

Con onestà intellettuale bisognerebbe ammettere che entrambe le parti hanno fatto di tutto perché si giungesse a questo stallo. E bisognerebbe dire anche che la comunità internazionale non ha fatto altro che guardare passivamente al progressivo decadere della situazione, con una sostanziale inazione che ha portato all’esasperazione della popolazione, all’attecchimento dell’ideologia radicale (in un popolo tradizionalmente laico) e all’eguale e contrario irrigidimento di Israele.

Il punto di partenza, probabilmente, è una dolorosa presa d’atto: la soluzione “due popoli, due stati”, oggi, è impraticabile. Basterebbe guardare la cartina della Cisgiordania: una macchia di leopardo senza continuità territoriale: come potrà mai essere il germe di un nuovo stato?

Alla fine anche a Gaza la pensano così.

“Sai la cosa buffa?”, diceva il mio amico Mohamed durante la sanguinosa Marcia del Ritorno, “alla fine io sono d’accordo con Trump e Netanyahu. Dovremmo fare un solo stato, come il Sudafrica”.

“Ci vorrebbe un Mandela”.

“Quello ce l’abbiamo, è Marwan Barghuti. Sì, lo so: è un terrorista. Ma lo era anche Begin per i britannici, e lo stesso Arafat per gli israeliani”

“Ma te lo riesci a immaginare Barghuti che guida lo Stato Ebraico?”

Già.

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