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Addio Amal, la bambina simbolo dello Yemen

L'immagine di Amal che documenta la crisi umanitaria in Yemen
3' di lettura

Si è spenta il 1° novembre la bambina fotografata dal New York Times per rappresentare la più grave crisi umanitaria in corso. È morta poco lontano da un centro dove sarebbe potuta essere curata

Avvertenza per i lettori: queste righe non sono adatte a persone particolarmente sensibili. Come del resto la foto che vedete è un pugno allo stomaco. Ma tutta la storia di Amal lo è, in effetti.

Per chi non la conoscesse – e spero sinceramente siano in pochi - Amal era una bambina di 7 anni, yemenita, divenuta il simbolo della guerra che si sta consumando nella penisola arabica e che rappresenta la più grave crisi umanitaria oggi in corso.

Era stata fotografata dal premio Pulitzer Tyler Hicks, e il New York Times aveva deciso di utilizzarla come immagine simbolo di una tragedia colpevolmente trascurata dai media.

È inutile descrivere quello che la foto mostra: gli occhi sono già un baratro in cui è difficile fissare lo sguardo. Sono occhi che non vedono.

Una sofferenza inimmaginabile

Quello che noi non sappiamo, andando oltre quell’immagine, è la sofferenza reale che ha patito quella piccola creatura. Non si pensi che la morte per fame sia un lento scivolare nella debolezza e poi nella morte. No. È uno strazio immane. Il corpo tenta di assorbire gli zuccheri ovunque sia possibile, quindi il nostro metabolismo comincia letteralmente a “mangiarci”: si hanno dolori lancinanti allo stomaco, si ha cecità notturna, gli occhi sono secchi, si precipita in uno stato confusionale. Paradossalmente, il fisico comincia a rifiutare il cibo. Si hanno violenti attacchi di vomito e diarrea, non si riescono a trattenere neanche i liquidi.

Qualcuno potrà pensare che descrivo questo supplizio solo per solleticare la curiosità morbosa, ma non è così. Scriverlo è più difficile che leggerlo, soprattutto se queste scene si sono vissute. Il pianto dei bambini malnutriti è caratteristico e straziante. Un vagito debole, costante, che scuote nel profondo, come una nenia che entra nelle orecchie e che il nostro udito si rifiuta di cancellare, al contrario dei suoni costanti. Perché è un richiamo biologico, che tocca i nostri precordi ancestrali, un richiamo alla responsabilità di noi adulti.

Amal avrebbe potuto evitare questo strazio.

Era stata trasferita in un ospedale vicino al suo campo profughi, poi era stata riconsegnata ai genitori con il consiglio di mandarla in una struttura di MSF dove forse sarebbero stati in grado di salvarla. Certo, non sarebbe stata una piena guarigione: se fosse sopravvissuta avrebbe comunque riportato danni pesanti al fisico per tutta la vita. Ma probabilmente non sarebbe morta.

In Yemen, però, c’è la guerra. E i 90 km che separavano Amal dalla salvezza erano un oceano impossibile da attraversare e così, dopo tre giorni di orribile agonia, la piccola è morta, nella tenda di plastica e canne dove la madre ha trovato riparo.

La crisi dimenticata

Oggi nel paese soffrono la fame 2 milioni di bambini ed entro la fine dell’anno saranno 14 milioni gli yemeniti che dipenderanno totalmente dagli aiuti umanitari, cioè metà della popolazione.

Gli appelli per una tregua in tempi rapidi sembrano destinati a cadere nel vuoto, anche perché gran parte del mondo ignora questa crisi.

Jamal Khashoggi, il giornalista saudita che criticava la Corona per la guerra in Yemen, è stato ucciso brutalmente. Dopo il clamore suscitato dalla sua esecuzione, sullo Yemen è calato nuovamente il silenzio. Mentre tante piccole Amal aspettano che la comunità internazionale apra finalmente gli occhi su questa vergogna.

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