Florence: un uragano anche politico

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Mentre l'uragano Florence sta mettendo in ginocchio le zone costiere della Carolina, a Washington anche questa emergenza è diventata terreno di scontro politico

Mentre l’uragano Florence, ormai declassato a tempesta tropicale, continua ad abbattersi sulla Carolina del nord e del sud, ci sono una serie di tornado politici che stanno mettendo la Casa Bianca a dura prova. Il più pericoloso è sicuramente il Russiagate con l’ex capo della campagna di Donald Trump, Paul Manafort, che ha deciso di collaborare con le autorità e di dichiararsi colpevole per accuse relative alle sue attività ancor prima di legarsi all’allora candidato repubblicano. Poi ci sono le nuvole sopra Brett Kavanaugh, il giudice conservatore scelto da Trump per rivoluzionare gli equilibri nella Corte suprema che attende la conferma della sua nomina da parte del Congresso e contemporaneamente deve fare i conti con le accuse di molestie sessuali che sono arrivate in questi giorni da una sua ex compagnia di liceo. Ma mentre scrivo questa “lettera”, con la pioggia e il vento che battono minacciose sulla finestra della mia stanza d’albergo a Raleigh, la Capitale della Nord Carolina, la controversia che al momento mi sembra quella più meritevole di un approfondimento è relativa al numero di morti in Porto Rico per l’uragano Maria. Le prime raffiche sono arrivate alcuni giorni fa quando Trump illustrando le forze messe in campo per rispondere all’imminente emergenza “Florence” ha voluto rimarcare quello che lui ha definito “l’enorme successo della sua amministrazione” nella gestione dell’uragano in Porto Rico nel settembre del 2017. Parole che hanno generato l’indignazione dei portoricani e della stampa liberal considerando che i dati ufficiali del governo locale parlano di quasi 3000 morti, «numeri falsi» ha rincarato il Presidente ieri via Twitter sostenendo che quando lui aveva visitato l’isola dopo la tempesta si stimavano tra i 6 e i 18 morti e che il bilancio di 3000 era arrivato molto dopo fabbricato dai democratici per screditarlo. “Se qualcuno moriva per una qualsiasi ragione, come la vecchiaia, – ha concluso Trump – veniva aggiunto alla lista”. Accuse chiare dirette al governo di San Juan guidato dai democratici, accuse che però non tengono conto di uno studio indipendente dell’Università di Harvard pubblicato lo scorso luglio sul prestigioso New England Medical School e di quello commissionato dallo stesso governo portoricano alla George Washington University che elevano entrambi le stime a diverse migliaia. Tutte e due le ricerche usano la stessa metodologia vale a dire la differenza tra il tasso di mortalità nei mesi immediatamente successivi all’uragano Maria e quello negli stessi periodi in anni precedenti, tenendo in considerazione i ritardi nei certificati di morte dopo il passaggio di Maria che aveva lasciato l’isola per diverse settimane senza elettricità e aveva fortemente danneggiato le strutture amministrative delegate a registrare i decessi. Harvard parla così di oltre 4000 vittime, mentre secondo il rapporto della George Washington University il numero dei morti è da quantificare in 2975 ed è proprio questa la cifra che dallo scorso agosto è diventata il bilancio ufficiale secondo le autorità di Porto Rico. Le accuse di Trump mancano, invece, di una base scientifica, ma il Presidente sa bene che quello che conta è lanciare il messaggio e contrastare la narrativa negativa urlando ancora più forte. La percezione è più importante della verità o meglio la percezione, più della verità, ti fa vincere le elezioni soprattutto se non ti limiti alla querelle politica, ma arricchisci la tua posizione con gesti concreti e a volte fuori dal protocollo, come la chiamata a sorpresa che il Presidente ha voluto fare a Bill Saffo, il sindaco di Wilmington una delle cittadine più colpite dall’uragano Florence. «È stato molto gentile – ha confidato poi Saffo ai media –. Ha messo per noi a disposizione una linea diretta alla Casa Bianca da chiamare se dovessimo avere bisogno di qualcosa, una cosa mai fatta prima. Non capita tutti i giorni che il Presidente sia così disponibile». Non solo, Trump da giorni invita la popolazione a non sottovalutare la potenza di Florence, non perde occasione per evidenziare lo stanziamento di fondi e di forze da lui definito “senza precedenti” per far fronte all’uragano, ritwitta sul suo profilo le informazioni delle autorità locali, della protezione civile e della croce rossa, mentre si guarda bene dal dare visibilità agli studi che sottolineano una possibile correlazione tra i cambiamenti climatici e le abbondanti precipitazioni di quest’ultimo uragano. Ad un anno e mezzo dal suo ingresso alla Casa Bianca, continua, dunque, a parlare anzitutto ai suoi elettori, nei temi e nei modi anche se questo vuol dire in alcuni casi alterare la realtà o meglio modellarla sulle proprie necessità del momento, come un moderno Prospero della Shakespeariana “Tempesta” che non ha poteri magici, ma uno straordinario intuito comunicativo. E i suoi elettori lo ascoltano e in larga parte continuano a seguirlo anche in mezzo alle tempeste, quelle vere, come è apparso per me evidente questa sera parlando nella lobby con la signora Linda che è venuta in questo hotel più nell’interno dopo aver deciso di evacuare dalla sua abitazione sulla costa: «non so se dopo questo uragano avrò ancora una casa», mi ha confidato in un momento di sconforto per poi riesplodere in un sorriso ed affermare: «almeno, però, c’è Trump, il miglior Presidente che abbiamo mai avuto!».

 

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