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In ricordo dell'11 settembre 2001

1' di lettura

Appunti personali, qualche storia gentile, fotografie di una città. Per non dimenticare che anche nel dolore si può trovare la speranza. E che la gentilezza cambierà il mondo - in meglio.

Compaiono al tramonto del 10 settembre, hanno la consistenza dei sogni, raccontano un mondo che non c'è più, e in una giornata di dolore attutito forse dal tempo che passa ma non per questo meno reale e forte riescono a regalare un sorriso. Io le ho sempre chiamate "le torri di luce", e quelle che vedete nella foto che avevo scattato in occasione del decimo anniversario degli attacchi sono le loro "fondamenta"; il nome ufficiale è Tribute of Lights, e sono uno dei tanti modi in cui New York ricorda gli attentati dell'11 settembre: la luce compone le sagome delle Torri Gemelle, e per una breve notte la skyline di Lower Manhattan unisce il passato e il presente.

Questo blog non se ne dovrebbe occupare. Oltremanica, non oltre oceano, si era detto. Ma per me come per tutti coloro che, quel giorno, erano davanti ai televisori di tutto il mondo chiedendosi "e ora?" è difficile, di 11 settembre, riflettere su qualcosa di diverso. O forse la colpa sarà di tutti gli anni passati a New York, quando - realmente - l'11 settembre cambia l'aria in città. E non perché non si sia andati avanti: la Fashion Week è spesso in corso, i negozi sono aperti, la Freedom Tower svetta a parlare di resilienza, e - passato il decimo anniversario che blindò la città come mai più ho visto - non ci sono particolari dispositivi di sicurezza.

E però.

E però in ogni caserma dei Vigili del Fuoco puoi trovare un fiore, una ciambella, un biglietto. In ogni negozio ricompaiono i salvadanai per raccogliere fondi per una borsa di studio. Negli occhi di qualsiasi passante puoi scorgere la consapevolezza, e spesso qualche lacrima al ricordo di quello che fu, di quello che è stato, di quello che non è più. Perché è stata una giornata che ha cambiato tutto, per tutti. Che ha indicato l'orrore, ma ha anche portato storie gentili.

Come quella avvenuta a Gander, paesino canadese da 10mila anime. L'11 settembre il suo aeroporto accolse 38 aerei costretti a terra dopo la chiusura dello spazio aereo statunitense. E per 5 giorni 7mila ex passeggeri, spaventati e lontani migliaia di miglia da casa, furono accuditi e coccolati dalla popolazione locale, che aprì case e scuole, prestò macchine e regalò vestiti. Alcuni si innamorarono, molti divennero amici. Nessuno dimenticò.

O come quella di Don Forman, rivenditore d'auto usate di Las Vegas. Che investì 8000 dollari di tasca propria per affittare bus, e spinse i suoi 147 impiegati a mettersi alla guida. Obiettivo, riportare a casa tutti quelli rimasti a terra, in aeroporto, senza alcuna idea di come tornare dalle proprie famiglie.

O come il mercato nero dell'amore e dell'accudimento, non saprei come definirlo diversamente, che prese il sopravvento a New York appena cominciò a posarsi la polvere. Una pallida imitazione si è rivista dopo il passaggio dell'Uragano Sandy: chi offriva consulenza psichiatrica gratuita, chi una presa di corrente per ricaricare il telefono, chi un massaggio o una fetta di torta. Una mano tesa, semplicemente.

Perché la rivoluzione inizia sempre con piccoli gesti di gentilezza gratuita. Ed è valido sempre e ovunque, da qualsiasi parte dell'Oceano, da qualsiasi parte della Manica.

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