American Girl, giochi per bambini americani/Parte 2

4' di lettura

Dal 1986 la bambola dei sogni per le bambine d'America è diventata l'American Girl, un gioco particolare che si basa su un concetto molto semplice: tutte le bimbe possono essere belle come bambole e possono sognare in grande. 

in questi ultimi due anni a New York, prima di rientrare in Italia per le ferie ho una tappa obbligata da rispettare all'ombra del Rockefeller Center per fare almeno una parte dei regali: il negozio dell'American Girl. Le mie nipotine, ispirate dalle loro cuginette americane ormai non si separano mai dalla loro bambola di 46 cm, che ha i capelli e gli occhi del loro stesso colore, senza contare che hanno anche molti vestiti esattamente identici a quelli delle loro amichette di plastica.  Inizialmente, questo concetto della bambola studiata per essere uguale alla bambina mi inquietava parecchio. Creata nel 1986 per accompagnare sei libri sulla storia americana con delle piccole riproduzioni delle bambine vissute nelle epoche raccontate, l'American Girl è diventata presto qualcos'altro. Nel megastore di tre piani a New York si può scegliere la tonalità della pelle, la razza, i tratti del viso, i vestitini disponibili anche nelle taglie per le bimbe. Nell'ultima versione la Truly me (Veramente me) ci sono almeno 40 combinazioni di caratteristiche fisiche diverse per portarsi a casa una piccola riproduzione di se stesse con un prezzo base non certo economico di 115 $. Senza contare gli accessori. Dal lettino, ai banchi di scuola, passando per il cagnolino, il cavallo, i libri, il computer, il telefonino. Nel negozio c'è anche il parrucchiere per le bambole così da riprodurre il taglio di capelli delle padroncine. Un paradiso per le bambine, un incubo per i genitori che quando entrano nel mondo delle American girl difficilmente potranno uscirne prima che le loro figlie diventino adolescenti.

 

Eppure, iniziando a conoscere meglio il fenomeno anche grazie alle piccole donne della mia famiglia ho cominciato a cambiare opinione. Mi ricordo ancora quando ad esempio scoprii che Rebecca, l'American Girl della mia nipotina Nia era ebrea. Era il periodo di Hanukkah e Nia che non è di religione ebraica, mi spiegò che Rebecca, come da tradizione, doveva accendere le candele della sua piccola Menorah, il candelabro tipico di questa festività. Scoprii così che ogni American Girl viene venduta con un suo libricino in cui si spiega il suo carattere, le sue abitudini, le sue tradizioni e le sue aspirazioni a cui le padroncine devono adeguarsi, perché in fondo a nessuno piace avere un amico che non ha una sua personalità. Non solo, nelle mie successive visite al megastore iniziai a guardare con più attenzione le bambole esposte e scoprii che esistevano quelle con disabilità: sulla sedia a rotella, con il gesso e le stampelle, con gli occhiali. C'è Luciana che ama la scienza ed è una piccola astronauta della NASA, c'è Rachel che invece fa la regista di Hollywood, ci sono le atlete olimpiche, le receptionist, le musiciste per qualsiasi strumento, le giocatrici di calcio, le informatiche, le giornaliste... Ho pensato alle bambole con cui giocavo io, quelle famosissime, magrissime, biondissime, che al massimo fanno le cantanti, le ballerine, le infermiere o le mogli di Ken, non che abbia nulla contro queste nobili attività, ma se non altro dovete ammettere che la scelta è abbastanza limitata e allora ho capito la forza, la potenza e il semplice, ma rivoluzionario messaggio educativo dell'American Girl: ogni bambina è bella come una bambola e ogni bambina, come la sua bambola, può e deve sognare in grande. 

 

P.s. Con quest'ultima "lettera" di oggi io e questo blog andiamo in vacanza. Grazie per avermi seguito in questi primi esperimenti... Ci vediamo a settembre!

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