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Marchionne, l'Americano

5' di lettura

Gli ultimi nove anni della carriera di Sergio Marchionne sono stati contrassegnati dall'avventura americana che lo ha portato a far rinascere Chrysler e a rappresentare una speranza di ripresa per tutta l'industria automobilistica statunitense e per la città di Detroit

Ho incontrato l'ultima volta di persona Sergio Marchionne lo scorso gennaio a Detroit in occasione dell'annuale Salone Internazionale dell'auto. Quando gli domandai durante una pausa dei lavori se voleva venire a fumare una sigaretta, lui mi rispose con un certo orgoglio: "Beh Giovanna, io ormai non fumo più!". Aveva smesso da alcuni mesi. La sua forza di volontà aveva vinto persino su quel vizio che lo aveva contraddistinto per anni, uno dei pochi, non perché fosse un uomo di sole virtù, ma perché era una gran lavoratore e i vizi per diventare tali hanno bisogno di essere coltivati, hanno bisogno di tempo, tempo che lui non amava perdere. La sveglia suonava alle 3:30 del mattino sei giorni su sette, un modo per azzerare i fusi orari per un uomo che ha impostato la sua vita tra le due sponde dell'Atlantico. Marchionne ama gli Stati Uniti, preferisce l'inglese all'Italiano, è cresciuto e si riconosce nella meritocrazia americana, nella rottura degli schemi, nella velocità dell'esecuzione e alla fine quell’America che aveva preso a modello l'ha conquistata. Arrivato nel 2009, nel momento in cui l'industria automobilistica statunitense, e con lei l'intera città di Detroit, erano precipitate in un burrone che sembrava impossibile da risalire. Marchionne riuscì a prendere la Chrysler a condizione di non pagarla neanche un dollaro nella consapevolezza che i soldi andavano spesi per ricostruirla e rilanciarla. L'allora presidente Barack Obama lo accolse come un salvatore che impose però condizioni durissime per il risanamento andando ad incidere pesantemente sui salari degli operai, ma in neanche due anni la missione era compiuta. Nel 2011 Fiat Chrysler riuscì a ripagare i finanziamenti pubblici avuti e nel 2014, quando Fiat completò l'acquisizione prendendo il 100% di Chrysler trasformandosi così in FCA, era ormai un'azienda che macinava utili. L'anno dopo un altro successo con la quotazione della Ferrari a Wall Street, ma certo anche negli Stati Uniti non sono mancati i momenti di difficoltà come quando nel 2015 gli operai americani, che lui definiva i migliori del mondo, bocciarono la prima proposta del nuovo contratto di lavoro. Incomprensioni rientrate anche perché Marchionne ha riconosciuto il loro contributo per la rinascita dell'azienda, un contributo premiato nuovamente pochi mesi fa con un bonus da 2000 dollari a tutti i dipendenti, annunciato negli stessi giorni in cui, dopo l'idillio con Obama, Sergio l'americano conquistava anche Donald Trump assicurando che avrebbe riportato in Michigan una parte delle produzioni che sembrava pronto ad aprire in Messico. Una parabola ascendente che lui rivendica con fierezza. Quando a gennaio chiesi di andare a visitare il loro impianto di Jefferson, l'unica fabbrica di automobili rimasta dopo la crisi in quella Detroit dove è nata l'industria automobilistica americana, Marchionne diede il suo immediato via libera alla mia richiesta. "Vada a vedere con i suoi occhi cosa abbiamo realizzato" mi disse sottolineando che quando prese in mano la Chrysler l'impianto di Jefferson stava peggio di Mirafiori nel 2004. I risultati di quella visita li trovate nel reportage di seguito. Personalmente, di quella giornata ho ancora il ricordo dell'accoglienza calorosa, dell'efficienza e della fierezza che trasparivano negli occhi di ogni dirigente e di ogni operaio con cui abbiamo avuto l'opportunità di parlare. Un orgoglio e un senso di appartenenza che si racchiudono nelle parole del direttore dell'impianto: "Marchionne ci ha insegnato a considerare questo posto come se fosse la nostra casa". 

 

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