Londra, un anno fa l’attentato al London Bridge e al Borough Market

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Il 3 giugno 2017, tre attentatori, dopo aver travolto diverse persone sul ponte, si sono diretti armati di coltello all’interno del mercato dove sono stati uccisi dalla polizia. Otto morti e 48 feriti il bilancio finale dell’attacco

Otto morti e 48 feriti. Esattamente un anno fa, il 3 giugno 2017, un attacco terroristico ha scosso il cuore di Londra: alle 21.58 (le 22.58 italiane), un furgone bianco con a bordo tre attentatori ha investito diversi pedoni sul London Bridge per poi dirigersi nei pressi del Borough Market. All’interno del mercato nel distretto di Southwark i tre hanno accoltellato diverse persone, prima di essere uccisi dalla polizia, intervenuta sul luogo alle 22.16. L’attacco dopo qualche ora è stato rivendicato dal sedicente Stato Islamico.

Terroristi drogati durante l’azione

Secondo le ricostruzioni della polizia, il furgone dopo aver attraversato il ponte si è schiantato accanto al pub Barrowboy e Banker. A quel punto i tre attentatori sono scesi, armati di coltelli di ceramica (lunghi 30 centimetri), che avevano legato ai polsi, e si sono diretti verso Borough Market, dove hanno accoltellato diverse persone. Secondo la vicepresidente dell’Independent Police Complaints Commission, Sarah Green, per neutralizzare i tre, che durante l’azione indossavano falsi giubbotti antiproiettile, sono stati esplosi 46 colpi provenienti dalle armi di otto agenti di polizia. Nel processo che è in corso è emerso che tutti e tre gli uomini avevano steroidi nel sangue quando sono morti. I rapporti tossicologici presentati alla corte testimoniano, inoltre, che la quantità era "al di sopra del livello fisiologico accettabile".

Italo-marocchino uno dei killer

I tre terroristi uccisi erano Khuram Butt, Rachid Redouane e Youssef Zaghba. Il primo, ventisettenne cittadino inglese con origini pakistane, era "noto" alle forze di sicurezza, ma non c’erano prove che stesse pianificando un attacco. Rachid Redouane era trentenne, si definiva "marocchino libico", e usava anche il nome di Rachid Elkhdar. Il terzo, invece, la cui identità non è stata resa pubblica in un primo momento, era nato in Marocco, a Fez, nel gennaio 1995 da padre marocchino e madre italiana. Dalle indagini è emerso che ed era stato fermato all'aeroporto di Bologna nel marzo 2016 mentre cercava di prendere un volo per la Turchia e poi raggiungere la Siria. Dopo il fermo era stato denunciato per terrorismo internazionale ma, prosciolto dall’accusa, era stato rilasciato. Ciononostante l'Italia lo aveva comunque inserito nel sistema di Schengen delle persone a rischio. Una notifica di pericolosità che, però, non è stata sufficiente per garantire un maggior controllo sulle sue attività nel Regno Unito. "Noi abbiamo le carte e la coscienza a posto" ha commentato pochi giorni dopo l’attentato il capo della polizia, Franco Gabrielli, facendo riferimento ai legami con l’Italia del terzo attentatore.

Il piano dei terroristi prevedeva un Tir come a Nizza

Secondo le indagini di Scotland Yard, l’impatto dell’attentato terroristico del 3 giugno poteva essere molto più grave. Il piano originario degli attentatori prevedeva l’utilizzo di un camion più grande, emulando l’attentato compiuto a Nizza l’anno prima, e il fitto lancio di 13 bottiglie incendiarie. Il lancio delle bottigie molotov è stato sventato per l'intervento tempestivo della polizia. Per quanto riguarda il mezzo utilizzato durante l’attacco si tratta esclusivamente di un 'fortunato' problema nel pagamento. I tre terroristi avevano intenzione di noleggiare su internet un camion da 7 tonnellate, ma la carta di credito utilizzata è stata rifiutata e gli attentatori sono stati costretti a prenotare un furgone molto più piccolo.

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