È morta Choi Eun-hee, l'attrice che venne rapita dalla Corea del Nord

L'attrice Choi Eun-hee all'età di 82 anni durante un'intervista a Seoul, South Korea (foto d'archivio: Ansa)
2' di lettura

Nel 1978 venne prelevata dalle spie nordcoreane e portata a Pyongyang affinché recitasse per il regime di Kim Jong Il, padre dell'attuale leader Kim Jong Un. Insieme al marito, anche lui rapito, trovarono rifugio negli Stati Uniti otto anni dopo

Era stata rapita dagli agenti nordcoreani per ordine del padre di Kim Jong Un, e costretta, per 8 anni, a girare film per il regime di Pyongyang. L’attrice sudcoreana Choi Eun-hee è morta all’età di 91 anni.

La carriera

Choi Eun-hee nacque nel 1926 in Corea del sud e cominciò la sua carriera da attrice molto presto: appena ventenne recitò nel film “A New Oath”, dando così inizio a una serie di successi che nel corso degli anni la consacrarono come una delle più grandi star del cinema sudcoreano. Anche il dittatore nordcoreano Kim Jong Il, padre dell’attuale leader Kim Jong Un, ne apprezzava il talento. E lo apprezzava talmente tanto da decidere di rapirla.

Il rapimento

Quando Choi Eun-hee aveva 51 anni, nel 1978, venne prelevata dalle spie nordcoreane a Hong Kong e portata a Pyongyang. Poco dopo, anche il marito Shin Sang-ok, famoso regista morto nel 2006, fu portato in Corea del Nord in circostanze ancora misteriose. La coppia rimase bloccata al nord per otto anni, girando insieme una decina di film per ordine di Kim Jong Il. Nonostante la detenzione, spesso viaggiavano all'estero per le riprese e per partecipare a festival cinematografici, sempre sotto stretta sorveglianza degli agenti di Pyongyang. Choi venne premiata come migliore attrice al Moscow International Film Festival nel 1985 per il suo ruolo in "Salt", un film sui coreani che combatterono contro il colonizzatore giapponese tra il 1910 e il 1945. La coppia, divorziata nel 1976, si risposò durante un viaggio in Ungheria sempre su richiesta di Kim.

La fuga

L’attrice e suo marito nel 1986 parteciparono alla Festival internazionale del cinema di Berlino, ed è lì che decisero di fuggire dall’oppressione nordcoreana. Organizzarono una spettacolare fuga attraverso l'ambasciata degli Stati Uniti a Vienna. Rimasero negli Stati Uniti per più di dieci anni, prima di tornare in Corea del Sud nel 1999. Nel 2011, Choi spiegò in un'intervista che Kim Jong Il "li aveva rispettati come artisti" ma che non avrebbe mai potuto perdonarlo per il suo “scandaloso rapimento". La loro storia ha ispirato diversi libri e film. 

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