Visiti Usa, Washington vuole controllare i social per gli ingressi

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I richiedenti dovrebbero fornire dettagli sui loro account Facebook e Twitter e sulle loro identità in rete usate negli ultimi cinque anni. Si stima che sarebbero circa 14,7 milioni le persone interessate dal provvedimento in un anno 

 

Stretta sui visti da parte dell’amministrazione Trump: Washington vorrebbe iniziare a raccogliere la cronologia dei social media di chi cerca di ottenere il documento per entrare negli Stati Uniti. La proposta arriva dal dipartimento di Stato e obbligherebbe la maggior parte dei richiedenti a fornire dettagli sui loro account Facebook e Twitter. In particolare, come scrive la Bbc, chi inoltra la richiesta dovrebbe rivelare tutte le identità dei social media utilizzate negli ultimi cinque anni. Si stima che sarebbero circa 14,7 milioni le persone interessate dal provvedimento in un anno. La decisione rientra nella strategia di "screening estremo" del presidente Donald Trump.

Richiesti anche numeri di telefono e indirizzi e-mail

Ai candidati verrebbero anche chiesti numeri di telefono e indirizzi e-mail usati negli ultimi cinque anni e la cronologia dei loro viaggi. La proposta non riguarderebbe però i cittadini provenienti da Paesi a cui gli Usa concedono di viaggiare senza visto, tra cui Regno Unito, Canada, Francia, Germania e anche Italia. Tuttavia, i cittadini di Paesi non esenti come India, Cina e Messico potrebbero essere coinvolti se visitano gli Stati Uniti per lavoro o vacanze.

La stretta del 2017

La notizia del provvedimento era arrivata già all'inizio di giugno 2017, con controlli più severi sugli ingressi, a partire dai social. Come ricorda la Bbc però, alle autorità era stato chiesto di approfondire questo aspetto solo se "questo tipo di informazione è richiesta per confermare l'identità o condurre controlli nazionali di sicurezza più rigorosi", come aveva detto un ufficiale del dipartimento a quell'epoca. L'American Civil Liberties Union (Aclu), che si batte per i diritti civili, ha espresso preoccupazione sostenendo che la misura limiterà la liberta di parola. "La gente ora si chiederà se quello che dice on line rischia di venire male interpretato da un funzionario del governo", ha ammonito in una nota Hina Shmsi, direttore per la sicurezza nazionale dell'Aclu.

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