È la Giornata internazionale contro la mutilazione genitale femminile

In tutto il mondo sono almeno 200 milioni le donne sottoposte a mutilazione genitale (archivio Getty Images)
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Istituita dall'Onu per il 6 febbraio, mira a sensibilizzare contro una pratica ancora attuata in 29 Paesi nel mondo. Considerata come una violazione dei diritti umani, coinvolge oggi 200 milioni di donne, fra cui 44 milioni di giovanissime

Il 6 febbraio l'Onu celebra la Giornata internazionale contro la mutilazione genitale femminile. Un modo per provare a contrastare una pratica internazionalmente riconosciuta come una violazione dei diritti umani delle donne e che oggi conta in tutto il mondo circa 200 milioni di vittime di tutte le età.

L'iniziativa dell'Onu

La giornata mondiale è uno degli eventi di sensibilizzazione su una pratica che oggi viene ancora attuata in 29 Stati nel mondo. “Essa riflette – scrive l'Onu - una disuguaglianza radicata tra i sessi e costituisce una forma estrema di discriminazione contro le donne. Viene quasi sempre effettuato su minori ed è una violazione dei diritti dei bambini”. Inoltre la mutilazione viola anche i diritti di una persona alla salute, alla sicurezza e all'integrità fisica, il diritto ad essere libero dalla tortura e da trattamenti crudeli, inumani o degradanti e il diritto alla vita quando la procedura si conclude con la morte. Il 20 dicembre 2012, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 67/146 in cui si invita la società civile e le parti interessate a “continuare ad osservare il 6 febbraio come Giornata internazionale della tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili”. Nel dicembre 2014, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato senza votazione la risoluzione 69/150 volta a "intensificare gli sforzi globali per l'eliminazione delle mutilazioni genitali femminili", invitando gli Stati membri a sviluppare, sostenere e attuare strategie globali e integrate per la prevenzione della pratica.

Che cos'è la mutilazione genitale

La mutilazione genitale femminile è classificata secondo quattro tipologie principali. La prima è la cosiddetta clitoridectomia e prevede la rimozione parziale o totale del clitoride. Una delle pratiche più attuate e condannate è l'infibulazione che si opera mediante il restringimento dell'apertura vaginale. Altre tipologie di mutilazioni prevedono procedure dannose per i genitali femminili per scopi non medici e attuate mediante punture, perforazioni, incisioni, raschiamenti e cauterizzazioni dell'area genitale.

I Paesi in cui si pratica

Nonostante sia per lo più diffusa nei Paesi dell'Africa e del Medio Oriente, la pratica è attuata anche in alcuni stati dell'Asia e dell'America Latina, nonché verso le popolazioni migranti che vivono in Europa dell'Ovest, Nord America, Australia e Nuova Zelanda. In molti Paesi, questa pratica costituisce una tradizione millenaria legata a motivi culturali, religiosi e sociali. Basterebbe un impegno risoluto, secondo l'Onu, per riuscire a eliminarla definitivamente nel giro di una generazione. Per questo motivo l'Unfpa insieme con l'Unicef, conduce il il più grande programma globale per accelerare l'abbandono delle mutilazioni femminili. Il programma si concentra attualmente su 17 Paesi africani e sostiene anche iniziative regionali e globali che coinvolgono intere comunità sulla conoscenza dei diritti umani e sull'uguaglianza di genere, non che dei bisogni di salute sessuale e riproduttiva di donne e ragazze che ne soffrono le conseguenze.

I numeri del fenomeno

Quelli diffusi dall'Onu sono numeri che evidenziano la portata mondiale del fenomeno. Si stima che a livello globale almeno 200 milioni fra ragazze e donne abbiano subito qualche forma di mutilazione genitale. Le giovanissime, dai 14 anni in su, sono circa 44 milioni del totale, con una prevalenza in Gambia (56%), Mauritania (54%) e Indonesia, dove circa la metà delle bambine da 11 anni in giù è stata soggetta a questa pratica. Per quanto riguarda le donne comprese nella fascia d'età 15-49 anni, su tutti la Somalia, con il 98% della popolazione femminile mutilata. Seguono la Guinea, con il 97% e il Djibouti con il 93%. La maggior parte delle femmine sottoposte a mutilazione, subisce la pratica tra l'infanzia e l'età di 15 anni. L'intervento, spesso attuato senza alcuno standard igienico, può provocare gravi emorragie e problemi di salute tra cui cisti, infezioni e infertilità, così come complicanze nel parto e un aumento del rischio di morte neonatale. Per questi motivi, le mutilazioni genitali femminili sono considerate come una violazione dei diritti umani delle donne e sono inserite nella lista degli Obiettivi del Millennio per la proibizione totale entro il 2030.

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