Gerusalemme, minaccia Usa sulla risoluzione Onu: "Ci segneremo i nomi"

(Foto Getty Images)
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Giovedì il verdetto sulla mozione presentata in Consiglio di sicurezza e bocciata lunedì a causa del veto degli Stati Uniti. L’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite: "Non ci aspettiamo di essere presi di mira da quelli che abbiamo aiutato"

L'Assemblea generale dell'Onu voterà domani, giovedì 21 dicembre, in sessione straordinaria, la risoluzione che condanna la decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Intanto l’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha minacciato su Twitter di “prendere i nomi” di chi sosterrà la mozione, presentata dall'Egitto in Consiglio di sicurezza e bocciata a causa del veto degli Stati Uniti.

“Prenderemo i nomi”

"All'Onu - ha scritto Haley - ci chiedono sempre di fare e donare di più. Quindi, quando prendiamo la decisione, su volontà del popolo americano, su dove collocare la nostra ambasciata, non ci aspettiamo di essere presi di mira da quelli che abbiamo aiutato. Giovedì ci sarà un voto che critica la nostra scelta. Gli Usa prenderanno i nomi". Anche dopo il voto di lunedì in Consiglio di Sicurezza, dove gli Usa erano riusciti a bloccare la risoluzione usando il potere di veto, Haley aveva usato un linguaggio simile: "È un insulto e un affronto che non dimenticheremo".

Rischio isolamento per gli Usa

Per essere approvata, la risoluzione presentata dall’Egitto, che non menziona direttamente gli Usa o il presidente Donald Trump, richiede una maggioranza dei due terzi dei voti. In Assemblea generale non ci sono Paesi con diritto di veto, ma l'organo non ha potere di rendere una risoluzione vincolante. In ogni caso, gli Stati Uniti rischiano un nuovo e pesante isolamento dopo quello subito in consiglio di sicurezza, dove gli altri 14 membri hanno votato a favore.

Gerusalemme capitale

Era lo scorso 6 dicembre quando Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come capitale di Israele e che l’ambasciata americana sarà trasferita da Tel Aviv nel giro di sei mesi. La decisione ha suscitato il plauso del premier israeliano Benyamin Netanyahu, unico in un coro di dissensi che vanno dal Papa all’Onu fino ad Hamas, che ha accusato il tycoon di aver aperto “le porte dell’inferno”. Molti sono stati anche gli scontri in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e le manifestazioni di protesta in tutto il mondo.

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