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Giornata per l'abolizione della schiavitù, nel mondo più di 40 milioni di vittime

4' di lettura

L'iniziativa promossa dalle Nazioni Unite vuole sensibilizzare contro le forme di asservimento come il lavoro forzato, i matrimoni obbligati e il traffico di esseri umani. Gran parte delle vittime sono donne e ragazze

"La schiavitù non è una reliquia storica". Sono le parole utilizzate dalle Nazioni Unite per richiamare l'attenzione sulla Giornata Internazionale per l'abolizione della schiavitù che si celebra in tutto il mondo il 2 dicembre. Una data importante, che ricorda l'adozione da parte dell'Assemblea Generale Onu, della Convenzione sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui.

Ancora 40 milioni di schiavi

Secondo i dati dell'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), nel mondo ci sono ancora 40,3 milioni di persone che sono vittime della cosiddetta "schiavitù moderna". Un concetto non definito dalla legge, ma che è usato per indicare pratiche come il lavoro forzato, i matrimoni obbligati e il traffico di esseri umani. Parlare di schiavitù moderna oggi, significa, in pratica, evidenziare quelle situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare o lasciare a causa di minacce, violenza, coercizione, inganno o abuso di potere. Tra gli oltre 40 milioni di persone vittima di questa forma di schiavitù, sono 24,9 milioni quelle sottoposte a lavoro forzato e 15,4 milioni quelle obbligate a matrimoni combinati ai quali non possono sottrarsi. Le cifre rese note dalle Nazioni Unite - promotrici della Giornata - sono un richiamo alla responsabilità per tutta la comunità internazionale. Ci sono nel mondo 5,4 vittime di schiavitù su ogni mille abitanti, fra queste una persona su quattro è un bambino.

La tratta di esseri umani

Gli schiavi "moderni" spesso sono vittime di tratta, che consiste nello sfruttamento di uomini, donne e bambini per numerosi scopi, tra i quali il lavoro forzato e la schiavitù sessuale. Proprio quest’ultima è la forma più comunemente segnalata e colpisce per la maggior parte donne e ragazze, che rappresentano il 95% del totale. Nello specifico, denuncia l’Unicef, molti Paesi "hanno riportato negli ultimi anni un aumento delle vittime sia a causa di un miglioramento delle procedure di individuazione delle persone sfruttate e dei trafficanti, sia per un possibile aumento dell'incidenza". Lo stato di coercizione delle vittime, per l’agenzia delle Nazioni Unite, non si esaurisce nei paesi d'origine (che si trovano soprattutto in Asia e Africa centrale), ma spesso viene perpetrato anche in quelli di transito e nei paesi d'arrivo. Nello specifico le donne e le ragazze vittime di tratta sono sottoposte a "violenze e abusi che includono anche la privazione della libertà personale, violenze economiche, fisiche e sessuali che portano a conseguenze gravi e talvolta pericolose per la vita stessa". E, secondo il rapporto "Piccoli schiavi invisibili 2019" di Save the Children, in Italia sono 1.660 coloro che hanno subito questo tipo di crimine, con un numero sempre maggiore di minorenni coinvolti, cresciuti in un anno dal 9% al 13%.

Il lavoro forzato

Inoltre, ricorda l'Onu, oltre ai quasi 30 milioni di lavoratori forzati, non bisogna dimenticare le 16 milioni di persone che sono sfruttate in alcuni settori lavorativi privati, come i lavoratori domestici, gli operai e i braccianti agricoli. A queste si aggiungono 4,8 milioni di donne sfruttate come prostitute e ulteriori 4 milioni obbligati a lavorare da parte di autorità statali. Un particolare focus va fatto sulle donne e le ragazze che sono colpite in modo sproporzionato dal lavoro forzato e rappresentano, dice l'Onu, il 99% delle vittime nell'industria del sesso e il 58% in altri settori. Numeri alla mano l'ILO ha adottato nel 2014 il "Protocollo relativo alla Convenzione sul lavoro forzato del 1930" per aumentare gli sforzi contro le pratiche schiaviste diffuse in tutto il mondo. La carta, entrata in vigore nel novembre 2016, è al centro della campagna "The 50 for Freedom", che punta a convincere almeno 50 Paesi nel mondo a ratificare il Protocollo entro la fine del 2019.

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