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Milano, prostitute schiave del rito voodoo: condannata 'maman'

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L'accusa nei confronti della donna è stata rafforzata da una perizia antropologica 'apripista', che ha dimostrato che riti di questo genere siano in grado di creare una vera e propria "dipendenza mentale"

Una 44enne nigeriana è stata condannata in abbreviato a 8 anni di carcere dal gup di Milano Guido Salvini, per riduzione in schiavitù con l'aggravante dello sfruttamento e del favoreggiamento della prostituzione, ai danni di due giovani nigeriane, per cui il giudice ha disposto il risarcimento, in via provvisionale, di 50.000 euro. Il marito e la figlia della donna, accusati dei soli reati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, sono stati condannati rispettivamente a 3 anni e a 1 anno e 8 mesi, pena sospesa. Per la prima volta, in un processo di questo genere, l'ipotesi dell'accusa è stata rafforzata dalla perizia antropologica 'apripista', disposta dal giudice, grazie alla quale è stato appurato che il rito voodoo sia in grado di creare uno stato di vera e propria "dipendenza mentale".

Il reato di tratta di persone

Il giudice ha anche deciso, accogliendo la tesi dell'avvocato di parte civile Lara Benetti, di ritrasmettere gli atti al pm Adriano Scudieri affinché indaghi in merito al reato, tralasciato, di tratta di persone. Reato che, come si evince dal provvedimento del gup - le motivazioni saranno disponibili fra 70 giorni - sarebbe stato commesso in quanto la vicenda ha inizio in Nigeria, dove le due giovani furono reclutate nel 2016 dal fratello della 44enne, chiamata 'Mama Shola'. 

La vicenda

Secondo la ricostruzione, le due ragazze, ora di 24 e 25 anni, di cui una diplomata in una scuola per parrucchiere, prima del loro viaggio fino a Legnano (Milano), dove hanno vissuto in casa con 'Mama Shola' e la sua famiglia, erano state convinte a sottoporsi al rito voodoo praticato nel loro Paese da uno sciamano, 'native doctor', senza la presenza di alcun parente. Rito che, era stato assicurato loro, le avrebbe "protette", secondo quanto messo a verbale da una delle due, ma che, come ha stabilito la perizia di Alessandra Brivio, docente all' Università Bicocca specializzata in antropologia delle religioni, della schiavitù e di genere, ha creato una condizione di "dipendenza e soggezione" psicologica. Al punto che, temendo per la loro vita e quella dei loro familiari, le due giovani hanno continuato a versare i soldi, per ripagare la 'maman’ delle spese sostenute per il viaggio fino a Milano, anche quando sono riuscite a fuggire dalla strada.

L'annullamento del rito voodoo

Il fatto che il rito creasse un controllo psicologico anche 'a distanza' è dimostrato dal fatto che una delle due vittime si è decisa a denunciare quando il re di Benin City, nella primavera del 2018, con un editto, ha cancellato tutti gli effetti dei riti voodoo degli ultimi 10 anni. Il giudice ha concluso: "la paura della forza e capacità d'azione del juju (voodoo, ndr), unita al peso del debito da pagare, creano una condizione di dipendenza e assoggettamento, che la situazione di vulnerabilità e le violenze subite aggravano, e da cui risulta molto difficile liberarsi".

Data ultima modifica 20 giugno 2019 ore 19:43

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