Renzo Piano, l'architetto della luce

Le interviste del direttore di Sky Tg24 Giuseppe De Bellis a dieci grandi italiani che hanno saputo raggiungere il successo a livello internazionale

Renzo Piano sta finendo una riunione. Alza lo sguardo, fa cenno con una mano. Sta per arrivare. Riabbassa la testa, guarda, si passa una mano tra i capelli mentre gli mostrano l’evoluzione di un progetto. Su carta. Si sfiora, si tocca, si immagina. Da qui, dalla zona caffetteria del Renzo Piano building workshop, nel Marais parigino, non si vede che progetto sia. Lo scopriremo tra un po’. Ci sono molte persone in questa riunione, siamo nell’era pre-Covid: si parla, si discute, si pensa, si progetta. Si vede il domani attraverso la luce. L’hanno definito l’architetto della luce e non c’è una sola delle sue opere che non ne abbia e che non la abiti, che non la viva, che non la cerchi. La luce entra anche dall’alto della stanza nella quale Piano adesso sta entrando, accanto al suo ufficio.

Architetto Piano grazie di essere qui con noi. Partiamo subito dal raccontare questo luogo in cui ci troviamo. Che cos’è per lei questo studio?

Bah, intanto è non lontano dal luogo del delitto. Qui siamo nel Marais, siamo a Parigi, non lontani dal Beaubourg, dal “plateau Beaubourg”. Così si chiamava allora, negli anni ’70. Era un plateau, un grande parcheggio. E lì, poi, è stato costruito Beaubourg che adesso si chiama in realtà Centre Georges Pompidou. Beh, intanto è questo. Anche perché ogni volta che esco di qua e vado a casa, do un’occhiata, controllo. Mi meraviglio e mi sorprendo ogni volta che me l’hanno lasciato fare. Ogni volta mi sorprende come abbiamo potuto fare questa cosa. Ma sono tanti anni fa…

Se dovesse scegliere qual è la sua casa, che cosa direbbe?

Ho casa e vivo a Parigi da 40 anni, però certamente mi sento a casa a Genova. In particolare perché c’è il mare. Però mi sento a casa anche a New York perché anche lì ho un ufficio, casa. L’architetto, in qualche maniera, si sente a casa dovunque ha costruito perché un architetto è capace di entrare nella realtà di una città: se è Berlino, devi essere berlinese e a Chicago devi entrare a Chicago anche. Non hai possibilità, non c’è niente da fare. Bisogna avere questa capacità di immedesimarsi, se no si resta in superficie. E un architetto deve, in qualche maniera, capire l’anima della città. Deve coglierla. E allora sì, è capace di interpretarla. E quindi alla fine, finisce che ti senti a casa un po’ dappertutto.

Quando parlava di Parigi, mi ha detto: “Siamo poco distanti dal luogo del delitto”. Quando lei è arrivato a Parigi, che città era? Aveva la stessa identità di oggi? È cambiata? Lei la vede cambiata? Lei ha contribuito a cambiarla?

Era una città che aspettava, nel mondo della cultura, qualcosa di questo genere. In realtà, i musei non sono cambiati perché due ragazzacci come eravamo io e Richard Rogers, allora eravamo veramente dei ragazzacci: io avevo 33 anni e lui, che era il grande, ne aveva 36-37. Non è cambiato il mondo della cultura perché noi abbiamo fatto Beaubourg. È che stava cambiando. Il ’71, quando vincemmo il concorso, era soltanto 2 o 3 anni dopo il maggio del ’68.  E qualcosa doveva succedere. Stava già succedendo. Era nell’aria.

Quanti erano i partecipanti?

681 partecipanti. Uno non può fare ragionevolmente un concorso così pensando di vincere, difatti l’abbiamo vinto perché non pensavamo di vincere. E quindi l’abbiamo fatto.

Lei ci va ogni tanto?

Beh, io ci vado praticamente sempre. Io sono catturato, sono il Quasimodo di Beaubourg. Ogni volta che esco dall’ufficio lo guardo e penso a come è possibile che ce l’abbiano fatto fare.

Che rapporto ha con le città?

Vede, io sono un uomo della mia età. Io sono cresciuto nel rispetto per le città e per le città con luoghi di convivenza e per questo ho sempre costruito nelle città luoghi di convivenza. Ho passato la mia vita a costruire biblioteche, università, scuole, sale per concerti, musei, tribunali, ospedali. Ho fiducia nella città. La città che ho in mente io è una città che si riesce a controllare. C’è un momento in cui le città escono dal controllo e allora lì, devo confessare, che io mi perdo un pochettino. Però che la città come idea sia una bella invenzione, una buona invenzione non mi abbandona. La città è confronto. La città è dialogo, la città è narrazione reciproca, è ricchezza in senso etico, in senso civico. All’interno della città ci sono dei problemi grossi, e questa è una passione che io ho da sempre, che sono le periferie.

“Vite – L’arte del possibile”

L'intervista a Renzo Piano di Giuseppe De Bellis

La riporto un attimo agli anni ‘70, a Parigi, nel momento in cui arrivò, chiedendole di fare un salto nel tempo, lei contribuisce alla nascita di questo centro che la accoglie dalla fine degli anni ’60, si tuffa negli anni ’70 e Renzo Piano comincia a diventare Renzo Piano. Secondo lei, senza quel progetto, sarebbe diventato quello di oggi o no?

Mah, chi lo sa. Io forse ero destinato a fare questo mestiere. Il giorno in cui andai a dirlo a mio padre, che era un piccolo costruttore di Genova. Piccolo, è importante, perché è così che sono arrivato a questo lavoro: stando seduto su un mucchio di sabbia nei suoi cantieri. E lui mi disse: “Ma come mai vuoi fare l’architetto e non il costruttore?”, il costruttore è uno che fa tutto. Il costruttore non nell’accezione di, come dire, di affarista. Il costruttore in senso di edificatore, eh. Nei miei pensieri quello a cui mi volevo avvicinare era quello lì. E deve essere successo qualcosa, perché se come architetto ti trovi al posto giusto al momento giusto… è come per i desideri giusti, per forza ti confronti con i cambiamenti del mondo. Succede qualcosa.
Crolla il muro di Berlino nell’89, nel ’92 io ero a Berlino a ricostruire. In America, a San Francisco, inizia a farsi chiara l’idea che la Terra è fragile, che bisogna costruire consumando di meno, e allora tu costruisci il California Academy of Science, il museo di San Francisco. A New York si decide il Whitney, il museo dell’American Art, quindi devi scendere e tornare downtown e quindi costruisci il Whitney. Non c’è niente da fare, un architetto se si trova nel posto giusto al momento giusto diventa interprete di un cambiamento. Non è detto che crei cambiamenti, così come non è un giornalista a cambiare le cose, però le testimonia, ne è testimone. E quindi credo che in qualche maniera sarebbe successo. Tutto dipende da uno come cresce come architetto. Io sono cresciuto dapprima, senza essere un architetto, nei cantieri a imparare una cosa: che costruire è un gesto straordinario, completamente l’opposto del distruggere, il costruire. È un gesto di pace, un gesto di buona volontà. Dipende anche cosa costruisci. Costruisci luoghi per la gente, costruisci ponti e allora sei uno che costruisce le cose giuste. E allora costruire è la cosa giusta. Cresci così, poi vai a scuola. E vai a scuola, io sono andato a scuola al Politecnico di Milano, ho cominciato a Firenze, poi sono andato a Milano. Gli anni ’60 erano gli anni dell’occupazione, erano le prime occupazioni universitarie. A quell’età, un architetto va per le strade. Io andavo per le strade coi miei compagni a parlare con la gente, a guardare gli alberi, a guardare i boschi, a studiare il percorso del sole nel cielo. È a questo a cui ti abbeveri: a parlare con la gente, a guardare le cose. E facendo queste cose impari una cosa importante: che la realtà è una sorgente inesauribile di ispirazione vera, autentica. Non è l’accademia, è la realtà. E quando fai così, sei carico come una molla e qualcosa succede.

"Misuro tutto perché misurare è un po’ conoscere"

Mi racconta il suo arrivo nello studio di Albini? Dopo la laurea…

Come fa a saperlo?

L’ho letto.

Io studiavo a Firenze. Una città bellissima. Un giorno mi sono svegliato e ho detto: “Questa è una città talmente bella che mi paralizza”. E pensare a quale era la città più “brutta” tra virgolette. Non è vero perché Milano non è mai stata brutta. Milano era una città industriale. Andai a Milano e mi iscrissi al Politecnico, trovai persino casa con degli amici e quando arrivai, mi presentai nello studio di Albini, in via XX settembre. Albini e Helg. E salii questi 5-6 gradini, mi presentai alla segretaria e dissi di chiedere al maestro di prendermi “a bottega”. Lei mi guardò in modo perplesso e mi disse: “No, mi dispiace, è molto occupato, non può”. Tornai dopo un po’ di giorni, non in maniera eccessiva, nel giro di dieci giorni tornai tre volte. Finché, alla quarta volta, Albini mi parlò perché passava di lì. Lui portava sempre un camice bianco in studio. Una bellissima piccola casa in via XX Settembre, a Milano. Lui mi disse: “Ma perché vuoi lavorare qui?” e io gli risposi: “Ma perché io sono venuto qui apposta da Firenze per lavorare qui”. E mi prese. In realtà io avevo una doppia vita. Di notte occupavo l’università, di mattina andavo da Albini. E fu una cosa importante perché Albini era un artigiano vero. E io mi occupavo proprio di queste cose: io smontavo cose, i pezzi, è lì che ho appreso l’amore per il pezzo, per gli elementi e le giunzioni. Perché quando lei guarda una costruzione, bella e tutto, ma quello che più conta sono i giunti, come nel corpo umano: sono i giunti, sono le giunzioni, le articolazioni, come i pezzi vanno assieme, come si congiungono, come tutte assieme poi diventano spazio. È questa la magia del costruire. È lì la scommessa contro la forza di gravità. Non è mica uno scherzo. Perché testarda più di tutto è la forza di gravità. Poi, però, c’è una cosa che deve esserci, ci deve essere il kalos. Preferisco usare “καλός”, piuttosto che la “bellezza”, perché la bellezza rischia di essere malintesa, rischia di essere qualcosa di cosmetico, di frivolo di superficiale, invece… ecco è lì, quando le cose stanno assieme, quando la luce penetra, quando lo spazio si realizza, allora lì entra in gioco qualcosa che si potrebbe definire la “poetica del costruire”, che è molto importante.

Credit: Getty

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In questo momento quanti progetti ci sono in corso?

Ma non moltissimi. Ci sono dei progetti che sono in una fase finale e saranno 5 o 6. Ne abbiamo un paio in America, ce n’è uno in Cina, ce n’è uno a Istanbul, ce n’è uno a Mosca, uno in Africa, a Londra. Poi ci sono dei progetti all’inizio, in una fase iniziale, che ancora non sono cominciati. Però, insomma, ci sono molte equipe che si muovono. Non facciamo mai troppe cose, uno dei segreti è avere il tempo necessario per poter approfondire ogni progetto. Poi è moltissimo un lavoro sperimentale, cioè abbiamo dei modellisti molto bravi che fanno dei pezzi di progetto, delle parti di edificio e così iniziamo a fare dei prototipi. Abbiamo un modo di procedere che ha a che fare molto con l’inizio di un cantiere.

Quando decide di muoversi, non so, prende un aereo e va a Londra, a un certo punto…

A Londra si va in treno.

Ha ragione.

Da una città come Parigi.

Va bene, però, le dico. Parte da New York e atterra a Londra e a un certo punto, atterrando, vede lo Shard: che cosa pensa?

Mah, sì, è sempre un po’ una sorpresa. Vede, nel ragazzo che comincia a lavorare c’è una sorta di sorpresa nel prendere in mano una cosa e dire: “Toh, l’ho fatta io”. Anche il contadino che il sabato si siede davanti al campo e con sorpresa guarda crescere… In qualche maniera l’architetto continua a vivere questa sorpresa. Quando vedi una cosa che hai fatto e pensi: “Beh, pensa, l’abbiamo fatta noi”. Non penso mai: “L’ho fatta io”, penso sempre: “L’abbiamo fatta noi” perché è un lavoro sempre corale. E allora un po’ di sorpresa c’è sempre perché è un po’ come quando incontri un tuo figlio per strada, improvvisamente lo vedi all’esterno. Lo riconosci come altro. E allora è un po’ come perdersi, poi un istante dopo ti ricorda tutto. Evidentemente c’è questo effetto di sorpresa, sorpresa di aver fatto qualcosa. Ma questa sorpresa c’è anche nello scrittore. Lo scrittore che scrive la frase giusta, scrive la frase e pensa: “Questa l’ho scritta io”.

" Sono i giunti quelli che contano"

Mi racconta cos’è questo progetto?

Questo è l’edificio che stiamo progettando e andremo a costruire al CERN di Ginevra. Si chiama Science Gate. È un edificio che attraversa la strada, è un ponte che attraversa e unisce delle parti del Cern. Il Cern è il centro della ricerca sullo spazio e anche sull’atomo, il famoso collider: sono scienziati, 7000 scienziati a Ginevra. In tutta Ginevra. Gli scienziati credo siano 15000 in tutto il mondo e a Ginevra ce ne sono 7000. E questo edificio è un edificio destinato alle attività educative, cioè nei confronti dei giovani e dei visitatori.

L’architetto è più un poeta o più un artigiano?

Sa che deve essere tutte e due queste cose? L’architetto, secondo me, si sveglia alle 9 da poeta fino alle 10 e poi dalle 10 diventa artigiano fino alle 11 e poi dalle 11 è meglio che diventi proprio un costruttore. E poi ricomincia da capo. Ma non è solo l’architetto che è così. Sinceramente, ho tantissimi amici musicisti, cineasti, scrittori, poeti. Non ce n’è uno solo che non sia un po’ così, non ce n’è uno solo che non usi la tecnica come strumento poetico.

Lei preferisce un foglio bianco o un foglio a quadretti?

No no, senza dubbio un foglio a quadretti. Adesso con l’età mi sono anche abituato al foglio bianco, ma ci faccio subito i quadretti. Però, vede, quest’idea… perché il foglio bianco è la metafora del campo libero, della libertà totale. E per l’amor del cielo, ci mancherebbe, io difendo la libertà fisica, culturale, politica. Però, vede, nel lavoro creativo non è vero che la totale libertà aiuti. Aiuta invece ad avere dei limiti, ad avere delle regole. E questo avviene in tutte le arti, anche in musica. Io ho sempre frequentato molti musicisti e tutti mi hanno sempre… Pierre Boulez era uno straordinario musicista che adorava la matematica. C’è sempre qualcosa di geometrico, di preciso. Si parte da una regola, casomai poi ti diverti anche a sovvertirla la regola, ma hai bisogno di seguirne i limiti. Limiti in senso di condizioni, di contorni. È falso pensare che la totale libertà invece ti aiuti. La totale libertà è talmente dispersiva, è aperta così tanto che ti perdi. E questo è vero anche nella scienza. Io lavoro molto con gli scienziati, con gli scienziati del CERN a Ginevra, con i neuroscienziati a New York della Columbia University, con tanti altri… Gli scienziati lavorano sempre alla stessa maniera. Loro lavorano sempre su degli angoli molto stretti e la libertà se la tolgono essi stessi, salvo poi ricominciare da capo quando si accorgono di aver sbagliato. Quindi quest’idea, il foglio bianco, in qualche modo fa paura ma non solo, non ti aiuta. Non ti aiuta. E quando hai una certa età allora non c’è più problema, cogli subito gli elementi di riferimento.

"Sono cresciuto nel rispetto per le città e per le città come luoghi di convivenza"

Quando sente la definizione archistar che reazione ha?

Terribile, terribile. Non è per snobismo. Perché, vede, questa parola introduce un sospetto e cioè che l’architetto possa far le cose per esibizione. E questo è brutto perché è un mestiere responsabile, è un’arte civica quella dell’architetto.

Le chiedo un esercizio: se lei chiude gli occhi, qual è la prima opera che le viene in mente? La sua, qual è?

L’ultima su cui ho lavorato. Inevitabile.

Quindi l’ultima ha sempre comunque un posto di rilievo?

Se mi fa una domanda così, chiudo gli occhi e non faccio altro che pensare all’ultima cosa che ho guardato mezz’ora fa, prima di cominciare la nostra conversazione. E questa cosa qui è un ospedale che stiamo finendo per Gino Strada, per Emergency, in Uganda. Se mi chiede cosa resta costantemente nel mio cuore, beh, intanto Beaubourg per forza, perché è qui e perché essendo quasi di Beaubourg non posso non farlo. Però ce ne sono tanti altri che mi stanno a cuore. A New York, il New York Times, per esempio, perché è il primo edificio a cui ho lavorato dopo l’11 settembre. Lo stavamo già progettando.

Lei era lì l’11 settembre, vero?

Io ero lì, esattamente. Ero lì perché stavo lavorando per l’appunto a questo progetto.

Ma è vero che quel giorno è stata la cosa che più le ha ricordato la guerra…

Terribile. É vero. Quel giorno, era una mattina, saranno state le 9. La tata del mio figlio piccolo, io ho quattro figli, di questi quattro, tre erano a New York: Carlo, Lia e Giorgio, che era piccolo, era appena nato. Mattia non c’era, non so dov’era, a Genova. Viene la tata di Giorgio, che era piccolo, e mi dice: “C’è un aereo che è andato contro una torre” ed è stato l’inizio. Stavamo allora sulla Madison e 75ma, più o meno, e io avevo un appuntamento Downtown e naturalmente il traffico si era fermato. E fu terribile. E allora cominciai a scendere verso quest’appuntamento e vidi crollare le Torri Gemelle. Entro una settimana fummo prigionieri della città. E gli aerei ci giravano sulla testa. Io della guerra che ho piena… io sono nato nel ’37, quindi sono, come diceva il mio amico De Andrè, sono figlio di un temporale. E l’unica cosa che ricordo di quella guerra sono gli aerei, il rombo degli aerei. Quando volano più di tre aerei, due aerei, tre aerei, io improvvisamente ricordo la guerra. E quella settimana la passammo con gli aerei che giravano sulla testa continuamente. Era terribile. Fu un’esperienza terribile. Ecco, ecco.

Successe l’11 settembre. Il 14 settembre era il mio compleanno ed ero stato invitato a cena dalla famiglia Sulzberger, che è la famiglia dei proprietari del New York Times da sempre, da quattro generazioni. Quella sera andammo a cena. Erano tre giorni dopo. Mi guardarono e mi dissero: “Abbiamo deciso, andiamo avanti”. E questo mi è rimasto come un sogno.

"I ponti fanno un mestiere troppo nobile: sono l’opposto dei muri. Così come i muri non dovrebbero salire, i ponti non dovrebbero crollare"

Credit: Getty

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Quando ha vinto il Prikzer, nella motivazione hanno citato Brunelleschi. Che reazione ha avuto?

La citazione del Brunelleschi è stata eccessiva, perché non scherziamo, dai. Brunelleschi forse l’hanno citato perché sapevano che è un mio idolo. Brunelleschi è un uomo del Rinascimento che nasce come artigiano, orafo, orologiaio e quindi sapeva bene come fare i contrappesi. E quindi diventò artista da artigiano. È più facile diventare artisti partendo da artigiani che fare l’opposto. E lui quindi fu straordinario perché lui non si limitava a pensare le cose finite, le faceva anche. E le disegnava, costruiva anche gli strumenti per farle, quindi era una persona completa. Queste cose le prendi come quando i complimenti sono eccessivi, insomma. È un premio che mi ha portato a lavorare di più negli Stati Uniti, che sono un Paese straordinario in tutti i sensi. Straordinario nel bene e straordinario, ahimè, anche nel male. Ma quando lavori su dei progetti pubblici è interessante, perché lavori sulle università, ho lavorato per la Columbia University, per la California Academy of Science, a Los Angeles abbiamo fatto il County Museum e adesso stiamo finendo la casa del cinema per l’Academy Awards. Abbiamo fatto a New York il Whitney, stiamo facendo la Morgan Library. Gli altri lavori a Boston, a Chicago, quindi c’è tutta una storia dietro che forse è tanto tanto da dire, però i premi hanno, hanno… fanno piacere comunque. Ti senti un po’ come messo in una teca, c’è qualcosa di concluso, come se fosse un monumento alla carriera.

E quello che ti tiene in vita non è quello che hai già fatto, è quello che ancora devi fare. Ovviamente. E quindi c’è un misto di soddisfazione ovviamente. Un attimo di amarezza, in qualche maniera. Ma comunque adesso non esageriamo, i premi sono sempre benvenuti.


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La chiamavano “geometra” e questo non le dava nessun fastidio. Sua figlia ha scritto che lei misura tutto, anche le persone. È vero?

Certo che è vero. Io misuro tutto. È per questo che sono “geometra”. Il geometra è il misuratore della Terra. Misuro tutto perché misurare è un po’ conoscere. Vede, nel misurare, uno si abitua a misurare tutto: misura le distanze. Poi io misuro tutto davvero. Vede, io c’ho sempre questo, in tasca, un metro. E misuro tutto. Perché è un modo di conoscere, non di possedere, un modo di conoscere. Se puoi misurare la dimensione delle cose, significa anche che puoi imparare, e io ormai ho imparato alla mia età, a misurare quel che succede dentro alle cose, dentro alle strutture. Uno comincia a immaginare e a misurare gli sforzi. C’è un’età in cui inizi a capire il lavoro che c’è dietro. C’è un ping pong continuo tra tutti i miei collaboratori. Se devi fare una trave da lì a là, immediatamente misuri l’altezza e ti sbagli di poco. Misuri tempi, misuri le parole, misuri tutto. L’arte del misurare è straordinaria. Allora il misuratore della Terra è un mestiere nobile, molto bello. Al tempo stesso naturalmente dà l’idea di uno che concretamente pensa a come fare le cose. Il che mi succede sempre.

Il ponte di Genova adesso che posto occupa per lei?

Mi sveglio ogni mattina pensando, ogni giorno ci penso, ogni giorno comunico con i cantieri, comunico con le persone che ci lavorano. Vede, è stata una tragedia. E le tragedie si elaborano lentamente, ci vuole del tempo. Un architetto le elabora forse anche con l’azione, pensando a come fare le cose. Però, mi viene in mente, che non è mai solo un ponte da ricostruire: è una tragedia da elaborare, non da dimenticare, ma da elaborare. La tragedia delle 43 vittime, di quelli che hanno dovuto lasciare la loro casa, poi la città è ferita, la città si sta ricostruendo. Vede, i cantieri sono luoghi di pace, di collaborazione, sono luoghi dove le differenze spariscono. Io ci vado la domenica particolarmente, perché c’è più tempo, è tutto calmo. C’è sempre qualcuno. E c’è l’orgoglio. In un cantiere c’è l’orgoglio. E c’è di tutto. Io a volte, per scherzo, parlo in genovese agli operai, ma lì c’è di tutto: vengono dappertutto, mille persone… E c’è l’entusiasmo. Quando si costruisce si mette da parte tutto quanto. C’è l’orgoglio di costruire qualcosa, un ponte poi. E poi scopri un’altra cosa, che l’Italia è un Paese straordinario. Ci sono delle cose, delle competenze per fare le cose. Genova, poi, se devo spendere una parola su Genova, è una città particolarmente competente perché, guardi, una città che sa costruire le navi, sa costruire di tutto. Una città di porto è una città aperta, multietnica, cosmopolita. Il nostro Paese è un Paese capace di miracoli. Questo ponte si costruisce in un anno. Io ho costruito un ponte, più o meno della stessa altezza e lunghezza in Giappone, c’abbiamo messo tre anni. Questo ponte viene costruito in un anno. E le competenze sono straordinarie. Allora ti viene da pensare una cosa: ma perché questo non avviene sempre? Perché ci vuole la tragedia, perché ci vuole l’emergenza? È stata una terribile tragedia umana. Non bisogna dimenticarlo. Un ponte non ha diritto di crollare. Fanno un mestiere troppo nobile i ponti. Uniscono nella realtà, uniscono nell’immaginario. I ponti sono l’opposto dei muri: così come i muri non dovrebbero salire, i ponti non dovrebbero crollare. E allora l’orgoglio che nasce su quel cantiere dove si fa una cosa così importante, dove si reagisce a una tragedia, senza dimenticarla. E questo ponte è un pezzo di nave. È una grande chiglia di nave che attraversa la vallata, quasi chiedendo permesso: “Si può?”. Qualcuno mi ha fatto notare la sua semplicità, come se la semplicità non fosse una conquista.

E allora questa grande nave bianca che attraversa il ponte sarà pronta tra non molto. E non c’è un solo momento in cui non mi viene in mente.

È vero che ogni volta che costruisce, prima di costruire, lei vuole sempre fare, essere presente nel luogo in cui costruirà qualcosa?

Ma sì, perché… ma non è una mania, è quasi dovuto. Vede, la realtà è il terreno più fertile di ispirazione, non c’è niente da fare. In tutti i sensi. Solo che bisogna coglierla, bisogna farla respirare, dargli fiato. Però è lì che tutto comincia. Tu non sai bene perché va i su un posto e devi costruire, non lo sai ancora, ma è lì che lo scopri. C’è quasi sempre un piccolo genius loci, un piccolo genio del luogo, nascosto, come dicevano i latini. O molto più semplicemente l’anima del progetto è lì, nascosta da qualche parte. Nel contesto, in quel luogo. E allora così come devi parlare con… perché lui parla con noi. Non è solo la gente che parla, anche i luoghi. Anche i luoghi a volte parlano in maniera più silenziosa. Fa tutto parte di questa specie di lavorìo che l’architetto deve fare all’inizio di un progetto per cogliere l’essenza delle cose. E l’essenza delle cose sta molto nel luogo dove devi costruire.

"Costruire è un gesto straordinario, esattamente l’opposto del distruggere. È un gesto di pace, un gesto di buona volontà "