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Giorgio Ambrosoli, chi era l’"Eroe borghese" ucciso 40 anni fa

(Foto archivio Fotogramma)
5' di lettura

L’avvocato milanese sfidò il banchiere Michele Sindona. Dall'incarico da commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, all’assassinio per mezzo della mafia italoamericana, l’11 luglio 1979: ecco la sua storia

Giorgio Ambrosoli muore a Milano l’11 luglio 1979, ucciso sotto casa sua, da quattro colpi di pistola. Era l’avvocato che aveva preso in mano la liquidazione della Banca Privata Italiana e scoperto l’intricato giro d’affari speculativo del banchiere siciliano Michele Sindona.

La militanza politica, la laurea in giurisprudenza e il lavoro da liquidatore

Figlio di Piera Agostoni e dell’avvocato Riccardo Ambrosoli, Giorgio nasce a Milano nel 1933, in una famiglia borghese fortemente cattolica. In gioventù le sue passioni monarchiche lo portano a militare nell’Unione Monarchica Italiana. Resta a Milano, dove nel 1953 si iscrive a giurisprudenza. Nel 1958 si laurea, nel 1962 sposa Anna Lorenza Gorla, con cui avrà tre figli. Nel 1964 comincia ad avvicinarsi al settore fallimentare delle liquidazioni coatte amministrative, che diventa poi il suo lavoro e lo porta a collaborare con i commissari liquidatori della Società Finanziaria Italiana.

L’incarico da commissario per il caso della Banca Privata Italiana

Mentre l’avvocato Giorgio Ambrosoli continua il suo lavoro con ottimi risultati, in Italia è in atto una manovra per salvare due banche: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria. È il 1971 e l’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, accorda un prestito ai due istituti per mezzo del Banco di Roma, con l’obiettivo di salvaguardare i correntisti. Le due banche sono di proprietà di Michele Sindona e, dopo il prestito, vengono fuse per dare vita alla Banca Privata Italiana. Ma quando il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, mette gli occhi sui documenti interni della banca, emergono carte falsificate, operazioni non autorizzate con i soldi dei correntisti e un sistema speculativo che ha prodotto un buco da 258 miliardi di lire. Così, nel 1974, dopo 10 anni di carriera, Ambrosoli viene nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana. È il più importante incarico della sua vita, un compito estremamente delicato.

La sfida allo strapotere di Michele Sindona

La vita di Ambrosoli, che di fatto assume la direzione della banca per esaminarne e risolverne per quanto possibile la situazione economica, si intreccia a quella di Michele Sindona che, accusato di bancarotta fraudolenta nella chiusura della "Banca Privata" fugge negli Stati Uniti. Sindona, iscritto alla loggia massonica P2, è un uomo che ha creato un impero economico internazionale dal nulla, è un importante finanziatore della Democrazia Cristiana, amico di Giulio Andreotti, tra le conoscenze di papa Paolo VI. Nel suo curriculum c’è anche lo Ior, la banca del Vaticano. A New York Sindona è vicino anche alla famiglia mafiosa dei Gambino, ai quali offre le sue società finanziarie per enormi operazioni di riciclaggio. Giorgio Ambrosoli è il primo a scoprire queste trame, individuando in poco tempo la porta d’accesso a tutte le attività occulte dell’intricato gruppo finanziario: si tratta della holding lussemburghese "Fasco".

Le minacce mafiose e la lettera mai consegnata alla moglie: "Pagherò a caro prezzo"

Ambrosoli inizia a ricevere telefonate di minacce sempre meno velate, in cui una voce dall’accento siciliano lo invita a lasciare l’incarico. Già nel 1975 scrive una lettera alla moglie, in cui mostra di sapere a cosa sta andando incontro: "È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il Paese". La lettera resta tra le sue carte, non la consegna alla moglie, forse per il timore di spaventarla. L’avvocato è ormai certo di avere a che fare con un intrigo politico, economico e mafioso molto più grande di lui, che coinvolge realtà anche oltreoceano, come la banca Franklin National, altro istituto in crisi nel giro d’affari di Sindona.

L’esecuzione sotto casa

Nonostante gli ostacoli, l’inchiesta arriva fino in fondo. Il 12 luglio 1979 Giorgio Ambrosoli deve sottoscrivere un’ultima dichiarazione formale. Ma l’11 luglio 1979, dopo una serata passata a guardare un incontro di box alla tv, viene avvicinato sotto il portone di casa sua a Milano, in via Morozzo della Rocca 1, da un uomo che gli chiede se è proprio lui l’avvocato Ambrosoli e gli spara quattro colpi. L’esecutore è il malavitoso statunitense William Joseph Aricò. Dalle indagini emerge che il sicario è stato pagato con 25mila dollari in contanti e con un bonifico di altri 90mila dollari su un conto bancario svizzero: lo ha ingaggiato Michele Sindona, condannato all’ergastolo e morto in carcere nel 1986 per avvelenamento da cianuro potassio.

"Una persona che se l’andava cercando"

Ai funerali di Giorgio Ambrosoli non partecipò alcuna autorità dello Stato, fatta eccezione per Paolo Baffi, della Banca d’Italia. Molti giornali trascurano persino la notizia del suo omicidio e per molto tempo la sua storia resta poco conosciuta. Nel 1991 il giornalista Corrado Stajano gli dedica un libro intitolato Un eroe borghese, poi nel 1995 il film omonimo di Michele Placido. Nel 2010, in un’intervista a La storia siamo noiGiulio Andreotti disse di lui: "Era una persona che se l’andava cercando".

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