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Processo escort, la Consulta: "Prostituirsi non è mai una scelta totalmente libera"

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La Corte costituzionale respinge il ricorso della Corte d’appello di Bari nell’ambito del procedimento penale in cui veniva evidenziata la "libertà di autodeterminazione sessuale". Salvi i reati previsti dalle norme della legge Merlin

La scelta di "vendere sesso" non è mai totalmente libera. Anche al di fuori dei casi di "prostituzione forzata". Lo ha stabilito la Corte costituzionale nelle motivazioni della sentenza, depositate oggi, con cui a marzo 2019 ha dichiarato non fondate le questioni sollevate dalla Corte d’appello di Bari sulla libertà di autodeterminazione sessuale nell’ambito del processo escort. La Consulta ha così salvato le norme della legge Merlin che puniscono il favoreggiamento e il reclutamento della prostituzione. Secondo la Corte costituzionale, la scelta di prostituirsi è quasi sempre determinata da fattori, di ordine non solo economico, ma anche affettivo, familiare e sociale, che limitano e condizionano la libertà di autodeterminazione dell’individuo. In questa materia, il confine tra decisioni autenticamente libere e non è spesso labile e sfumato.

"Prostituzione anche volontaria svilisce persona"

I giudici della Consulta, parlando dei reati di favoreggiamento e reclutamento della prostituzione, spiegano che queste "incriminazioni mirano a tutelare i diritti fondamentali delle persone vulnerabili e la dignità umana". Una tutela, osserva la Consulta, che si fa carico dei pericoli insiti nella prostituzione - anche quando la scelta di prostituirsi appare inizialmente libera - connessi, in particolare, all'ingresso in un circuito dal quale sarà difficile uscire volontariamente e ai rischi per l’integrità fisica e la salute cui ci si espone nel momento in cui ci si trova a contatto con il cliente. E' il legislatore, "interprete del comune sentire in un determinato momento storico, che ravvisa nella prostituzione, anche volontaria, un'attività che degrada e svilisce la persona", si rileva nella sentenza.

Le questioni sollevate dalla Corte d’appello nel caso escort

La Corte d'appello di Bari aveva messo in evidenza come l'attuale realtà sociale sia diversa da quella dell'epoca in cui la legge Merlin del 1958 entrò in vigore: per cui oggi vi sarebbe anche una prostituzione per scelta libera, volontaria, come quella delle escort, la cui libertà di autodeterminazione sessuale, - era la tesi sostenuta nel ricorso - garantita dall'articolo 2 della Costituzione, veniva lesa dalle norme sottoposte al vaglio di legittimità.

Le motivazioni della Consulta

Al contrario, la Corte costituzionale ha osservato che l'articolo 2 della Costituzione, nel riconoscere e garantire i "diritti inviolabili dell'uomo", si pone in stretta connessione con l'articolo 3, che, al fine di rendere effettivi questi diritti, impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali al "pieno sviluppo della persona umana”. I diritti di libertà,  tra i quali "indubbiamente rientra anche la libertà sessuale", ha sancito la Corte, "sono, dunque, riconosciuti dalla Costituzione in relazione alla tutela e allo sviluppo del valore della persona, e di una persona inserita in relazioni sociali". La prostituzione, invece,  "non rappresenta affatto uno strumento di tutela e di sviluppo della persona umana, ma solo una particolare forma di attività economica. In questo caso - osserva la Consulta - la sessualità non è che una ‘prestazione di servizio' per conseguire un profitto. Né vale obiettare che un diritto fondamentale resta tale anche se esercitato dietro corrispettivo".

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