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I figli dei boss e le loro vite in cerca di riscatto

7' di lettura

Nati e cresciuti in famiglie di mafia, camorra e ’ndrangheta, questi “eredi” sono protagonisti consapevoli o inconsapevoli della storia della criminalità organizzata italiana. Un libro di Dario Cirrincione racconte le loro storie. L'ESTRATTO

Alfonso Gallico è il figlio maggiore di Rocco Gallico, boss di ’ndrangheta della cosca Gallico, operante – secondo quanto riportato dai giudici in più di una sentenza – “nel Comune di Palmi e nel territorio compreso nella fascia tirrenica della provincia di Reggio Calabria”. Membro di una famiglia di quattro persone, Alfonso fa presto i conti con la vita e con la giustizia. All’inizio dell’adolescenza si ritrova con entrambi i genitori in carcere e una sorella più piccola da crescere. A 16 anni finisce in cella con l’accusa di “partecipazione ad associazione di tipo mafioso” e di “tentata estorsione continuata pluriaggravata dalla circostanza di più persone riunite”. Riconosciuto colpevole del reato di “tentata estorsione pluriaggravata in concorso” ai danni di un imprenditore, Alfonso ha scontato la sua pena e oggi è un uomo libero che vive lontano dalla Calabria. Conosce il progetto “Liberi di scegliere” del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria molto bene: sua sorella fu la prima della famiglia a essere allontanata dalla Calabria con un provvedimento del Tribunale per i minorenni.

Oggi Alfonso ha 21 anni, un lavoro precario, qualche sogno nel cassetto e un desiderio di conoscenza, difficile da trovare tra i suoi coetanei. Ci siamo incontrati due volte, sempre nel Nord-Est. La prima per conoscerci, la seconda per realizzare l’intervista. Nei cento minuti di dialogo ho registrato solo quattro momenti di silenzio, ogni volta che decideva di accendere una sigaretta. È stato in quei silenzi che negli occhi di Alfonso ho letto chiaro e forte il desiderio di utilizzare parole “pesate”, per non prestare il fianco a facili critiche o commenti scontati. L’intervista è stata realizzata il 12 aprile 2018 in casa sua. Con Alfonso c’erano sua madre e sua sorella.

INTERVISTA AD ALFONSO GALLICO

Alfonso tu sei calabrese, ma ci stiamo incontrando nel Nord-Est. Perché sei qui?

Sono qui perché circa un anno fa sono uscito dal carcere e mi è stato proposto di ricongiungermi con la mia famiglia: mia madre e mia sorella. Vivevano qui già da tempo e così sono entrato nel programma “Liberi di Scegliere” del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria.

Ritieni che “Liberi di scegliere” sia un nome corretto per questo progetto?

“Liberi di scegliere”, secondo me, non è il nome adatto e ti spiego perché. Il tribunale ti offre l’opportunità di poter andare a vivere lontano dal tuo paese d’origine, dove sei nato e cresciuto, e lasciare i tuoi familiari. Allo stesso tempo, però, non ti fa una richiesta esplicita e questo, sotto alcuni aspetti, oltre a un’opportunità diventa una sorta di ricatto psicologico. Per quelli come me che hanno aderito a questo progetto per scelta, “Liberi di scegliere” è stata un’opportunità. Io ho accettato la proposta di andare a vivere al Nord e non ho tagliato i legami con la mia famiglia. Per coloro che non hanno scelto di aderire al progetto, invece, è stata un’imposizione. Alcuni sono anche stati definiti “esperimenti”. Non si può parlare di ragazzini di 14-15 anni come di esperimenti. Sono persone, hanno i bisogni dei ragazzi, hanno bisogno dei loro affetti che non vogliono abbandonare. Portare un ragazzo o una ragazza fuori dal proprio contesto familiare e di amicizie, in maniera forzosa, rischia di tramutarsi in danno. Anche se i contesti familiari e sociali sono stati reputati deleteri e il progetto è partito per offrire una migliore prospettiva di vita.

Tu dici così perché hai un esempio molto vicino: tua sorella. 

Sì. Lei è stata, per l’appunto, il primo esperimento di questo progetto. Non ha relazioni sociali né amicali qui perché non ci voleva venire. Ricordo che mentre ero in carcere mia sorella mi raccontava che era ospite in una comunità. Mi raccontava che con lei c’erano ragazzine che si prostituivano, si drogavano o rubavano. Come si può provare a recuperare una ragazza che non ha commesso alcun tipo di reato, portandola dove ci sono persone che commettono quotidianamente reati di piccolo o di grande spessore? Qual è la cosa che si spera di ottenere facendo questo? Lei non ha mai avuto libertà di scegliere, è stata costretta ad andare e si è trovata a vivere situazioni abbastanza spiacevoli.

Mentre lei era in questa condizione tu eri in carcere a Catanzaro. Come ti raccontava la sua vita?

All’inizio i contatti tra me e lei erano tutti bloccati: la corrispondenza, i colloqui visivi e le telefonate. Non ci siamo sentiti, visti, né scritti per circa un anno e mezzo. Dopo ci hanno autorizzati alla corrispondenza epistolare e ci siamo scritti due, tre volte nell’arco di sei mesi. Poi ho ottenuto che le telefonate con lei non mi venissero conteggiate nelle telefonate a disposizione e riuscivo a sentirla periodicamente. Non ricordo di aver mai sentito da lei una parola di apprezzamento verso il luogo dove stava e verso le persone con cui viveva. Provavo a sollevarle il morale dicendole di non preoccuparsi perché sarei uscito a breve, anche se la mia – all’epoca – non era ancora una condanna definitiva. I colloqui visivi con lei saranno stati quattro in quasi 4 anni di carcere, principalmente per le ricorrenze festive tipo Natale o Pasqua. Non è stata libera di scegliere neanche lì. Lei sarebbe venuta più spesso, ma le dicevano che non poteva andare giù in Calabria perché sarebbe stato diseducativo. Così facendo, però, privavano lei del mio affetto e me del suo.

Con chi facevi le altre telefonate quando eri in carcere?

Una con mia madre, una con mio padre e le altre due con le mie nonne. Con i miei familiari avrò fatto dieci colloqui visivi in quattro anni. Avevo quattro ore mensili a disposizione, però c’erano altre problematiche: una mia nonna stava poco bene e non poteva venire; altri non avevano un grado di parentela abbastanza vicino per accedere ai colloqui. Mi sono ritrovato isolato. Ecco perché hanno aumentato, su mia richiesta, il numero di telefonate disponibili. Mia madre, all’epoca, era in carcere; prima a Messina, poi a Reggio Calabria e poi a Lecce. Anche mio padre era in carcere. Si trovava a Spoleto al 41 bis. Le telefonate duravano 10 minuti, ma ogni volta sembrava durassero un secondo. Erano telefonate al termine delle quali non riuscivi a dire «oggi ho sentito qualcuno al di fuori di questo mondo». Il carcere è un mondo che non ti dà nulla, se non privazioni e dolore. È inutile che si parli di riabilitazione, se una persona vuole essere criminale lo sarà con o senza il carcere. Chi non vuole essere un criminale deve fare un percorso di elaborazione interiore, capire quali problematiche affrontare e capire dove ha sbagliato.

Tu perché sei finito in carcere? Quando sei stato arrestato?

Io sono stato arrestato il 23 ottobre 2013 per associazione mafiosa e due tentate estorsioni.

Cos’è successo quando ti hanno arrestato?

Ricordo che erano le 3, forse le 4 di mattina. Mi ero addormentato da circa mezz’ora perché avevo visto un film in streaming. Poi mi sono sentito chiamare «Gallico svegliati». Era un poliziotto che mi disse: «Alzati, dobbiamo fare una perquisizione. Ti devi alzare e vestire». A quel punto ho capito che non si trattava solo di una perquisizione, ma che c’era qualcos’altro. Ricordo che uno dei miei zii disse al poliziotto: «’Sta perquisizione a cosa è dovuta? A me sembra strano che venite per fare una perquisizione». Il poliziotto rispose: «Guardi che abbiamo un mandato d’arresto». Mio zio rimase scioccato. Io stetti fermo, non diedi alcun segno di resistenza o di tristezza. Ero tranquillo prima di saperlo ed ero tranquillo anche dopo averlo saputo. Stavo morendo dal sonno e non avevo la forza di alzarmi. Poi salutai tutti e andai con loro… [L'INTERVISTA PROSEGUE]

© 2019 EDIZIONI SAN PAOLO, tutti i diritti riservati

Tratto dal libro di  Dario Cirrincione

FIGLI DEI BOSS

SAN PAOLO - Collana LE VELE - 224 pagine - 17 euro

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