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Giulio Regeni, tre anni dalla scomparsa: la storia del caso

5' di lettura

Il giovane ricercatore è scomparso al Cairo il 25 gennaio del 2016 e nove giorni dopo il suo corpo martoriato è stato ritrovato lungo una strada. Da allora la Procura di Roma cerca i colpevoli del suo omicidio nonostante i depistaggi. La madre: "Non molliamo"

“Verità per Giulio Regeni”. È la scritta che campeggia su striscioni e manifesti, che si legge su braccialetti e spille, tutti rigorosamente gialli. Ma a distanza di tre anni quella verità non è ancora scritta. E questo nonostante la tenacia di due genitori che non si arrendono e del lavoro degli inquirenti italiani che non si danno per vinti. "25 gennaio 2019... oggi e sempre, il giallo! Non molliamo, caro Giulio. Truth for Giulio Regeni", scrive sul suo profilo Facebook la mamma di Regeni, Paola Deffendi. In una foto, allegata al post, l'immagine di alcuni fiori gialli in un giardino imbiancato dalla neve. Giulio Regeni (CHI ERA), 28 anni, è scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e il suo cadavere è stato ritrovato nove giorni dopo, torturato e ucciso per motivi apparentemente sconosciuti. Da allora le indagini hanno cercato di trovare i colpevoli, fra l’assenza di collaborazione dell’Egitto e i continui depistaggi. 

La scomparsa e la morte

Il 25 gennaio di tre anni fa il giovane ricercatore di Fiumicello esce di casa, al Cairo, per andare in piazza Tahrir. Ma non ci arriverà mai perché scompare a una fermata della metropolitana, non lontana dal centro. Il suo corpo, seminudo e con segni evidenti di tortura, viene ritrovato il 3 febbraio lungo la superstrada che collega il Cairo con Giza. Del suo corpo, riportato in Italia pochi giorni dopo, sua mamma Paola dirà: “Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e ho detto: perché si è riversato su di lui?”. L’inchiesta parte subito. 

I depistaggi

La Procura del Cairo e quella di Roma avviano inchieste parallele e gli inquirenti si incontrano fin da maggio 2016. Ma dalla città egiziana iniziano ad arrivare i primi depistaggi. Dall’incidente all’omicidio passionale, fino allo spaccio di droga: sono gli inverosimili moventi che il Cairo prova ad affibbiare al caso del ricercatore torturato. Fino ad arrivare all’uccisione di cinque presunti sospettati dell’omicidio, il 24 marzo 2016. A casa di uno dei cinque, morti in un conflitto a fuoco con la polizia, viene ritrovato il passaporto di Giulio ma le indagini successive verificheranno che a portare lì il documento è stato un agente della National security, i servizi segreti civili egiziani.

La pista dei servizi segreti

Ed è proprio su di loro che si concentrano le indagini di piazzale Clodio: secondo i Pm italiani Regeni, che si trovava in Egitto per svolgere un dottorato sui sindacati di base egiziani per conto dell’Università di Cambridge, viene torturato e ucciso perché ritenuto una spia. Si appurerà in seguito che a venderlo ai servizi segreti civili è stato il capo degli ambulanti, Muhammad Abdallah, con cui il ricercatore era venuto in contatto per i suoi studi. Un anno dopo la scomparsa di Giulio, compare un video in cui il giovane ricercatore incontra Abdallah e quest’ultimo cerca di incastrarlo con una richiesta di denaro. 

Le reticenze del Cairo

Nel proseguire le indagini la Procura del Cairo continua a mostrarsi reticente nell’aiutare l’Italia. Tra le altre cose, agli investigatori italiani viene concesso di interrogare alcuni testimoni solo per pochi minuti, dopo che gli stessi erano già stati interrogati per ore dalla polizia egiziana. Inoltre si scopre che le riprese video delle telecamere installate nella stazione della metro dove Giulio è scomparso sono state cancellate e quindi non più reperibili. Solamente mesi dopo l’inizio delle indagini i Pm egiziani ammetteranno per la prima volta che il ricercatore era stato effettivamente controllato e indagato dalla polizia. Controlli che però non avevano fatto emergere alcuna prova contro il giovane.   

La svolta nelle indagini

Nel dicembre scorso arriva la svolta delle indagini italiane. La Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati il nome di cinque militari egiziani ritenuti responsabili del sequestro di Regeni. Nei loro confronti il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco contestano il reato di concorso in sequestro di persona. Un reato commesso, secondo gli inquirenti, in concorso con altri soggetti che restano però ignoti e che era emerso in un’informativa degli agenti del Ros e dello Sco un anno prima. Ma oltre questo risultato i Pm non possono andare: spetta infatti alla diplomazia e alla politica chiedere alla procura del Cairo di perseguire in patria gli assassini di Giulio. 

I rapporti diplomatici

Il braccio di ferro tra Italia e Egitto non è solo giudiziario, ma anche diplomatico. La prima decisione in merito risale all’8 aprile del 2016 quando Roma richiama il proprio ambasciatore al Cairo, lamentando la scarsa collaborazione egiziana nelle indagini. Una decisione che viene poi revocata il 15 agosto del 2017, quando l’Italia nomina un nuovo ambasciatore e i rapporti diplomatici riprendono tra le polemiche dei genitori di Giulio e dei loro sostenitori. Rapporti che sono continuati e persistono, nonostante gli appelli di chi chiede “verità per Giulio”. 

 

Data ultima modifica 25 gennaio 2019 ore 11:11

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