Delitto di via Poma, 28 anni dopo ancora nessun colpevole

Simonetta Cesaroni, allora ventenne, in una delle ultime foto prima di morire (Foto d'archivio)
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Il 7 agosto del 1990 Simonetta Cesaroni veniva trovata morta negli uffici dell'Associazione Alberghi della gioventù a Roma, dove lavorava come segretaria. L’unico indagato per l’omicidio è stato assolto in via definitiva

Ventotto anni dopo la sua morte è ancora sconosciuto il nome dell'assassino di Simonetta Cesaroni. Nonostante processi, sentenze, appelli e assoluzioni il delitto di via Poma, uno dei più noti fatti di cronaca nera degli anni Novanta, sembra destinato a rimanere senza un colpevole. Nel 2014 infatti, l’unico indagato per l’omicidio, l'allora fidanzato Raniero Busco, è stato assolto in via definitiva.

Il delitto

Simonetta Cesaroni, allora ventenne, viene uccisa il 7 agosto del 1990 negli uffici dell'Associazione Alberghi della gioventù in via Poma a Roma, dove lavorava come segretaria. L'autopsia, effettuata nei giorni successivi al delitto, accerta che la morte è avvenuta tra le 17:30 e le 18:30, ma il corpo viene ritrovato soltanto alle 22.30 dalla sorella Paola che, preoccupata, allerta il fidanzato e il datore di lavoro della ragazza e si reca insieme a loro nell'ufficio del quartiere Prati. La ragazza, stando agli esami, muore per un trauma alla testa, ma l’assassino infierisce sul suo corpo con un tagliacarte per 29 volte, con alcuni colpi che raggiungono il cuore, la giugulare e la carotide. Il cadavere viene ritrovato con le gambe divaricate, senza mutande e con il reggiseno alzato. Secondo i giudici della III Corte d'Assise di Roma responsabile dell'omicidio di via Poma, la ragazza apre la porta a qualcuno che conosce bene.

I tre sospettati

Negli anni successivi al delitto, oltre al fidanzato Raniero Busco, vengono sospettati altri due uomini. Il primo è Pietrino Vanacore, il portiere del palazzo teatro dell'omicidio. L’uomo viene arrestato il 3 agosto del 1990, tre giorni dopo il delitto, con l'accusa di omicidio. Resta in carcere 30 giorni, mentre su di lui si scatena l'attacco dell'opinione pubblica. Il 16 giugno 1993, però, viene prosciolto perché "il fatto non sussiste", un’assoluzione confermata anche in via definitiva nel 1995 dopo il ricorso in Cassazione. Il secondo è Federico Valle, nipote di un architetto che viveva nello stabile. Il ragazzo finisce sotto la lente degli inquirenti l'11 marzo 1992, quando un commerciante austriaco di nome Roland Voller rivela ai magistrati che il 21enne sarebbe stato in via Poma all'ora del delitto e sarebbe tornato a casa con un braccio sanguinante. Gli accertamenti successivi, però, rivelano che il sangue di Valle non corrisponde a quello ritrovato su una delle porte dell’ufficio dove è stata uccisa Simonetta. L’inchiesta sembra arrivare a un punto di svolta nel 2007, quando alcune analisi svolte dal Ris di Parma rilevano che le tracce di Dna sul corpetto della vittima sono di Raniero Busco. Questa prova, insieme ai segni di un morso sul seno sinistro della vittima, che sarebbe compatibile con l’arcata dentale dell'ex fidanzato, portano l’uomo (nel frattempo sposato e padre di due figlie) a una condanna in primo grado a 24 anni nel 2011, a oltre 20 anni dal delitto.

L’unico indagato assolto in via definitiva nel 2014

Nel secondo grado di giudizio, però, la difesa di Busco riesce a smontare i due principali indizi a carico dell’uomo. Una perizia accerta infatti che i segni sul seno di Simonetta non sarebbero quelli di un morso. Per i consulenti nominati dalla corte d'assise d'Appello "le due minime lesioni escoriative seriate poste al quadrante supero-mediale della base d'impianto del capezzolo sinistro non sono in grado di configurare alcun morso, oltretutto mancando l'evidente traccia di opponente, per cui restano di natura incerta". "Potrebbe essere di tutto", dicono i periti. Inoltre si scopre che il Dna trovato sul corpetto della ragazza è compatibile con quello di Busco, ma anche con altri due profili genetici di uomini mai identificati. Per queste ragioni, in appello, Busco viene assolto, sentenza che però viene impugnata dalla Procura Generale di Roma, che porta il caso in Cassazione. Ma la I sezione penale, nel 2014, mette fine al processo e conferma l'assoluzione dell’uomo in via definitiva "per non aver commesso il fatto".

Vanacore morto suicida

La decisione della Cassazione si porta dietro la grande amarezza dei genitori di Simonetta, che per bocca dell’avvocato Federica Mondani al momento della sentenza dichiarano: "Siamo ovviamente delusi da questo verdetto di assoluzione perché c'erano forti incongruenze. Adesso quello di Via Poma resta un delitto senza colpevoli". Prima di questo epilogo, però, il delitto di via Poma viene segnato anche da un'altra morte. Nel marzo del 2010, Pietro Vanacore, il portiere dello stabile, muore suicida in provincia di Taranto, dopo essersi buttato in mare. Prima di compiere il gesto l’uomo ha abbandona la sua auto, all’interno della quale vengono ritrovati diversi cartelli, uno dei quali recita: "Vent'anni di sofferenze portano a questo". L'ultima tragedia di un delitto irrisolto.

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