Stefano Guarniero è salvo, era rimasto bloccato per ore in una grotta

(Foto: Ansa)
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Lo speleologo triestino è stato riportato in superficie. Il 4 agosto era sprofondato sul Monte Canin a 200 metri di profondità. A causa della caduta che lo ha fatto sprofondare ha riportato ferite all’addome e a un braccio

Stefano Guarnieri è salvo. I soccorritori hanno ultimato la risalita con la barella e, dopo 45 ore, hanno portato in superficie lo speleologo triestino sprofondato in una grotta a 200 metri di profondità sul Monte Canin. L'uomo è stato poi trasportato all'ospedale di Tolmezzo dall'elicottero sanitario.

La squadra che l'ha salvato

A eseguire il soccorso e la risalita dal punto in cui si trovava sono stati dodici tecnici, inclusi medico e infermiere. Questi ultimi sono rimasti sempre con lui ad assisterlo fin da sabato 4 agosto. Le operazioni sono state seguite passo a passo dall'esterno della grotta tramite collegamento telefonico con l'interno attraverso uno speciale cavo di trasmissione. E tra l'esterno della grotta e il campo base, presso la caserma della Guardia di Finanza di Sella Nevea, tramite collegamento radio, dato che la copertura per la rete mobile è assente in quota. Sul posto sono rimasti ad attenderlo anche i familiari.

L’incidente

Ieri la squadra dei soccorritori si è dovuta arrendere al fatto che la barella non entrava nella cavità e così è risalita, lasciando che i disostruttori allargassero ulteriormente i passaggi con le cariche esplosive. L'uomo, infermiere 33enne, è rimasto bloccato dopo una caduta di venti metri mentre era in esplorazione in una grotta denominata "Frozen" che si trova a quota 2.200 metri: è ferito all'addome e a un braccio ma le sue condizioni sono considerate stazionarie. Al momento dell’incidente si trovava insieme ad alcuni amici e, subito dopo la caduta, uno di loro è rimasto sul luogo dell'infortunio insieme a lui, mentre gli altri si sono spostati per dare l'allerta.

Le operazioni di soccorso

Fondamentale per velocizzare le operazioni, è stata la scelta operata dai tecnici del Soccorso alpino di utilizzare un secondo varco naturale di ingresso della grotta (denominato "Turbine") rispetto a quello utilizzato dal ferito e dai suoi compagni, passaggio che si trova a 100 metri di dislivello dal luogo dell'incidente, aprendo la via e togliendo il ghiaccio che la bloccava. Una decisione che ha portato così anche a ridurre i rischi per gli stessi tecnici del soccorso che hanno potuto evitare alcuni passaggi stretti necessari per il recupero del ferito: in particolare, si sono evitati circa trenta metri di strettoia e il dover percorrere un pozzo di ghiaccio lungo circa 130 metri.

Data ultima modifica 06 agosto 2018 ore 14:30

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