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Via libera all'istruzione 0-6 anni, al nido insegnanti laureate

Tra gli obiettivi del piano c'è la presenza di nidi in almeno il 75% dei Comuni italiani
4' di lettura

Previsto un sistema integrato. Il ministro Fedeli: "Svolta culturale". Fra gli obiettivi strategici anche una riduzione delle rette d'accesso

L'asilo nido rientrerà pienamente nel sistema scolastico. "Una svolta" ha detto il ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli, commentando il sistema d'istruzione integrato che coinvolge i bambini da 0 a 6 anni. Per poter insegnare, gli insegnanti, dovranno essere laureati. Il nuovo assetto, possibile grazie al via libera al Piano nazionale pluriennale arrivato l'11 dicembre dal Consiglio dei Ministri, consente di accorpare il periodo 0-3 anni a quello superiore (3-6) trasformando così i due segmenti educativi in un unico sistema integrato in cui è prevista anche una riduzione delle rette.

Fedeli: "Questo sistema rappresenta un cambiamento culturale"

"Il sistema integrato 0-6 anni rappresenta un cambiamento culturale importante, una vera svolta che mette al centro i diritti dei più  piccoli", ha detto il ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli. "Le istituzioni, d'ora in poi, lavoreranno insieme, con risorse certe e regole condivise, per offrire alle famiglie strutture e servizi  ispirati a standard uniformi su tutto il territorio nazionale". 

 

Cosa prevede il Piano

Il Piano è stato approvato sulla base di quanto previsto dal decreto legislativo 65 del 2017, uno dei decreti attuativi della Buona Scuola. Gli obiettivi strategici del nuovo sistema sono: il 33% di copertura della popolazione sotto i 3 anni di età, la presenza di nidi in almeno il 75% dei Comuni, la  qualificazione universitaria per le insegnanti dei nidi, la formazione in servizio per tutto il personale, il coordinamento pedagogico fra nidi e scuole dell'infanzia, la riduzione delle rette. Per il primo anno di attuazionesono stati già stanziati 209 milioni (saranno 239  milioni a regime), i cui criteri di ripartizione avevano avuto il via libera in Conferenza Unificata, lo scorso 2 novembre. E, dopo il via libera dell'11 dicembre, saranno assegnati agli Enti Locali, sulla base della programmazione già fatta arrivare dalle Regioni.

I dati Istat dell'anno educativo 2014/2015

L’Istat ha diffuso alcuni dati relativi alle strutture per la prima infanzia nell'anno educativo 2014/15. Censite sul territorio nazionale 13.262 unità: il 36% pubblico, il 64% privato. I posti disponibili, in tutto 357.786, coprono il 22,8% del potenziale bacino di utenza (i bambini sotto i tre anni residenti in Italia), in lieve aumento rispetto al 22,5% del 2014. Per i servizi rivolti alla prima infanzia, i Comuni hanno impegnato nel 2014, 1 miliardo e 482 milioni di euro; il 5% in meno rispetto all'anno precedente. "Le famiglie contribuiscono in misura crescente ai costi del servizio: dal 2004 al 2014 la quota è passata dal 17,4 al 20,3% della spesa corrente impegnata dai Comuni per i servizi socio-educativi", si legge in una nota dell’Istituto.

Il divario tra Nord e Sud

Ancora molte le differenze fra il Mezzogiorno e il resto del paese: al Nord-est e al Centro Italia i posti censiti nelle strutture pubbliche e private coprono il 30% dei bambini sotto i 3 anni, al Nord-ovest il 27%, mentre al Sud e nelle Isole si hanno rispettivamente 10 e 14 posti per cento bambini residenti. I bambini sotto i tre anni accolti in servizi comunali o finanziati dai comuni variano dal 18,3% del Centro al 4,1% del Sud. Notevoli anche le differenze nella spesa comunale in rapporto al potenziale bacino di utenza. Confrontando i Comuni capoluogo di provincia, la spesa più alta è a Trento, con 3.545 euro per bambino residente. Seguono Venezia, Roma e Aosta. Sul versante opposto si trovano i Comuni di Lanusei e Sanluri, che non hanno riportato spese per questo tipo di servizi, Reggio Calabria (19 euro per bambino), Catanzaro (38 euro) e Vibo Valentia (46 euro).

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