Un anno di Covid, la Valle d'Aosta che resiste

Valle D'Aosta
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In dodici mesi 415 morti e oltre 8.000 contagiati

(di Enrico Marcoz)

Alle 8,40 del 5 marzo 2020 la notizia che nessuno voleva leggere, ma che tutti si aspettavano da giorni, è piombata nelle case dei valdostani: anche nella piccola regione è arrivato il Covid-19. Tre i contagiati. Cadeva così l'ultima regione rimasta 'indenne' al virus in Italia.
    Il primo 'positivo' - il paziente 'zero' - è un giovane di Pontey, Lorys Le Pera, studente universitario in economia internazionale a Piacenza, una delle città più colpite dal virus all'inizio della pandemia. Con lui sono risultati contagiati anche una zia e un cuginetto di un anno. L'esito dei test arriva il 4 marzo. "L'evidenziazione di queste positività - comunicava l'Unità di crisi - non deve generare allarmismo".
    Una settimana dopo, l'11 marzo, la pandemia ha fatto la prima vittima in Valle d'Aosta: Vinzio Charrey, classe 1945, di La Salle, che era ricoverato da alcuni giorni. Dodici mesi dopo l'elenco dei morti ha raggiunto quota 415, 215 uomini e 200 donne, tra i 38 e i 104 anni (età media 83,5). Più di un decesso al giorno. Una strage, che in gran parte si è consumata nel silenzio delle mura dell'ospedale Parini di Aosta.
    In quei giorni frenetici la Valle d'Aosta inizia la sua 'resistenza' al Covid: chiude un po' tutto, dagli alberghi agli impianti da sci, dalle scuole ai negozi, dal Casinò ai musei, fino a bar e ristoranti. Il lockdown si abbatte su questo spicchio delle Alpi. Nelle strutture sanitarie e per anziani scarseggiano i dispositivi di protezione individuale, ovvero camici, mascherine, guanti. Si invitano i turisti - non senza qualche malumore - a tornare a casa: "Il nostro sistema sanitario è già sotto stress - spiegava l'assessore Mauro Baccega - e dover prestare cure ad altre persone oltre che ai residenti non può che aggravare la situazione".
    Il 13 marzo viene attivato il primo reparto Covid al Parini.
    Fuori, in una città vuota e spettrale, si notano solo le code davanti ai supermercati e alle farmacie. La paura si insinua nelle strade e nelle case. "Ci aspettiamo 300 contagiati confermati più altri che non avranno sintomi" osservava Luca Montagnani, coordinatore sanitario dell'Unità di crisi. Alla fine saranno quasi 10.000. Come percentuali di malati la Valle d'Aosta supera la Lombardia e diventa un caso nazionale. Sono rinviate le elezioni "sine die" e il comune di Pontey viene 'isolato' a causa dei numerosi contagi. L'intera regione è sotto choc, l'economia è in ginocchio, migliaia di lavoratori sono a casa e molti senza stipendio. Il primo 'raggio di luce' arriva il 23 marzo quando due pazienti - un'assistente sanitaria di Cremona e un geometra di Milano, che erano in villeggiatura nella Valdigne - sono dichiarati guariti.
    L'emergenza si trasferisce nelle strutture per anziani, dove moltissimi pazienti sono positivi. Si muove anche la procura di Aosta per fare chiarezza su quello che sta accadendo negli ospizi. Ad inizio aprile si raggiunge il 'picco' del contagio.
    L'Istat rileva un incremento di morti di oltre il 60% per i mesi di marzo e aprile. Ma l'arrivo dell'estate sembra spazzare via la pandemia. Tornano persino i turisti, riaprono le attività.
    Nell'immaginario della gente il peggio è passato. Ma non è così.
    La seconda ondata è in agguato e si abbatte, ancora più violenta della prima, sulla Valle d'Aosta. Oltre 100 morti in 25 giorni a novembre. L'elenco delle vittime si impenna, come quello dei contagiati. L'ospedale è di nuovo sotto pressione. La tenuta del sistema sanitario vacilla: per un problema ad uno strumento vengono ricoverati in reparto Covid del Parini una decina di pazienti che invece sono negativi. L'Usl si rifà con la campagna vaccinale: dopo un avvio stentato la Valle d'Aosta diventa una delle regioni più virtuose. Siamo a marzo, è passato un anno. Si intravede la luce in fondo al tunnel
   

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