Marea nera in Nigeria, Amnesty accusa Eni e Shell di "negligenza"

Amnesty accusa Shell (ed Eni) di non intervenire in tempo per risolvere le perdite nelle condutture degli oleodotti in Nigeria (Getty Images)
4' di lettura

Le due società petrolifere avrebbero nascosto le reali cause delle fuoriuscite di petrolio nell'area del Delta del Niger, una delle più inquinate del mondo – LO SPECIALE

Amnesty International chiede alla Nigeria di aprire un'inchiesta sugli sversamenti di idrocarburi avvenuti nella regione petrolifera del Delta del Niger, nel sud-est del Paese, "uno dei luoghi più inquinati" del pianeta. In un rapporto pubblicato venerdì 16 marzo l'ong afferma che ci sono "buone ragioni per dubitare" degli argomenti utilizzati da Shell ed Eni per giustificare le maree nere.

Il report di Amnesty  

Il progetto di ricerca, definito "innovativo", avrebbe evidenziato "prove di grave negligenza da parte dei giganti del petrolio". Nelle prime righe della presentazione di Amnesty International si legge che "l'approccio alle fuoriuscite nel Delta" da parte di Eni e Shell – che la stessa ong dichiara come "irresponsabile" – sta esacerbando una crisi ambientale". In particolare, nel caso di 89 sversamenti registrati – 46 dagli oleodotti della Shell Petroleum Development Company of Nigeria, 43 da quelli della Nigerian Agip Oil Company, le branche locali delle società petrolifere olandese e italiana – l'inquinamento potrebbe essere stato causato dalla mancata manutenzione delle infrastrutture e dalla corrosione degli impianti, oltre che da cause esterne (come i furti e gli atti di vandalismo) rilevate anche dalle due compagnie. La ricerca è stata condotta attraverso la rete Decoders: una piattaforma sviluppata per il crowdsourcing della ricerca che ha arruolato migliaia di sostenitori e attivisti per raccogliere dati sulle perdite di petrolio. Dati che sono stati poi analizzati dai ricercatori di Amnesty e verificati da Accufacts, un consulente indipendente esperto di condutture.  

I risultati della ricerca

Il lavoro ha portato gli esperti a due principali conclusioni: la prima, che Shell ed Eni stanno pubblicando "informazioni fuorvianti" sull'inquinamento dell'area; la seconda, che "non rispondono abbastanza velocemente alle segnalazioni di fuoriuscite". Dal 2011 Shell ha rilevato 1.010 perdite per un totale di 17,5 milioni di litri di petrolio persi lungo l'intera rete, mentre Eni ne ha registrate 820, con 4,1 milioni di litri sversati. Entrambe le compagnie puntano il dito contro i ladri e gli autori di atti vandalici, ma queste giustificazioni sono contestate dalle comunità del Delta del Niger. A conferma di ciò ci sono anche foto - caricate dagli attivisti su Decoders - che testimoniano la corrosione delle tubature.

"Compagnie ignorano segnalazioni"

Riguardo al secondo punto, la reazione delle società alla notizia delle perdite non è così rapida come invece la regolamentazione governativa prevede: l'intervento dovrebbe avvenire entro le prime 24 ore, ma - come sottolinea il ricercatore Mark Dummett - "le compagnie spesso ignorano le segnalazioni anche per molti mesi". Sempre secondo il report, il comportamento di Eni, che tre volte su quattro interviene in tempo, è "migliore" di quello di Shell, che invece risponde prontamente solo nel 26% dei casi. Almeno un'occasione, avrebbe impiegato ben 252 giorni prima delle verifiche in un sito in cui erano state rilevate delle perdite. Il record negativo appartiene però alla società italiana, che in un caso – nello stato nigeriano di Bayelsa – avrebbe lasciato passare oltre un anno (430 giorni) prima di intervenire, giustificando il ritardo con il fatto che le comunità locali avrebbero negato il permesso di accedere al sito.

La difesa di Shell ed Eni

Come riporta "Le Monde", Shell reagisce alle accuse di Amnesty International dichiarandole "false", in quanto "non tengono conto dell'ambiente complesso in cui la società opera". Dal canto suo, Eni assicura di rispondere alle fuoriuscite di greggio in maniera rapida. In una lettera indirizzata all'Ong, la compagnia italiana spiega che le perdite si sarebbero dimezzate lo scorso anno rispetto alle cifre del 2014.

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