Scienziati: "Plastica anche negli organismi degli oceani più profondi"

Foto d'archivio (Getty Images)
3' di lettura

Le creature delle fosse oceaniche ingeriscono frammenti di fibre sintetiche e di bottiglie che provengono dalla superficie. È il risultato di uno studio dell'Università di Newcastle, che avverte: "Nessun luogo, per quanto remoto, è immune". UN MARE DA SALVARE: SPECIALE

La plastica che soffoca i nostri oceani e contamina la fauna marina è arrivata anche negli angoli più reconditi e profondi dei mari. È questo il risultato di una ricerca dell’Università di Newcastle che ne ha scoperto la presenza nello stomaco di creature marine che hanno il proprio habitat nelle fosse oceaniche. È la prova che le fibre artificiali contaminano anche i luoghi più remoti del pianeta. "L’inquinamento da plastica è così pervasivo che nessun luogo, non importa quanto remoto, è immune", spiega il professor Alan Jamieson, che ha guidato la ricerca.

Non ci sono ecosistemi marini immuni all'inquinamento

Queste osservazioni, afferma Jamieson, "documentano la presenza e l'ingestione più profonda possibile di plastica. E ciò indica che con ogni probabilità non ci sono più ecosistemi marini che non sono interessati da rifiuti di origine umana". Lo studio ha preso in esame campioni di crostacei che vivono in fosse marine molto profonde e che attraversano l’intero Oceano Pacifico: la fossa delle Marianne, del Giappone, di Izu-Bonin, del Perù-Cile, delle Nuove Ebridi e delle Kermadec. La loro profondità va dai 7 ai 10 chilometri, fino al punto più profondo dell’oceano, l’abisso Challenger (quasi 11 chilometri).

Sul fondo dell'oceano frammenti di bottiglie e fibre sintetiche

Il team di ricerca ha esaminato 90 singole specie e ha scoperto che l’ingestione di plastica oscillava tra il 50% nella Fossa delle Ebridi e il 100% sul fondo della Fossa delle Marianne. Tra i frammenti identificati, anche fibre di cellulosa semi-sintetiche (utilizzate in prodotti come i tessuti), fibre di plastica che con ogni probabilità arrivano da bottiglie, da equipaggiamento da pesca o da imballaggi e confezioni. Il professor Jamieson spiega che gli organismi che vivono a queste profondità "dipendono dal cibo che arriva dalla superficie e che però porta con sé anche come plastica e altri elementi inquinanti". L’oceano profondo non solo è il punto di arrivo di tutto quello che scende dalla superficie, ma è anche abitato da organismi adattati a un ambiente con poco cibo, che spesso mangiano tutto quello che trovano. La spazzatura gettata negli oceani, conclude Jamieson, "o finisce sulle spiagge o sul fondo del mare, non ci sono altre opzioni. Una volta che raggiunge il fondale, semplicemente non ha altro luogo in cui andare, per cui finisce per accumularsi in grandi quantità".

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