Come il Super Bowl con il suo “We Believe In Love”, “Noi crediamo nell’amore”.
Come gli Stati Uniti, o almeno su quella strada, di certo con quell’obiettivo, il riconoscimento degli stessi diritti, degli stessi doveri.
Con una certezza: come minimo, sarà servito a far sentire meno soli migliaia di ragazzi e ragazze, quelli che ancora non sanno, quelli che ancora non sanno come, e se, dirlo.
Se il Festival di Sanremo è la passeggiata domenicale dell’Italia nazionalpopolare, portare i nastri colorati simbolo del movimento per i diritti LGBT sul palco del Teatro Ariston equivale a sfilare avvolti nella bandiera arcobaleno sul corso principale del paese. E a far sfilare Noemi e Arisa, Ruggeri e i Bluvertigo ieri sera è stato Luca Finotti, trentenne regista, e non solo, nato a Pavia, studi a New York, lavori (tra gli altri) con Armani e Dolce & Gabbana, di casa tra Milano e Los Angeles.
Ci abbiamo parlato nella serata italiana, mentre twitter rilanciava il suo hashtag #SanremoArcobaleno, gli artisti dichiaravano il proprio sostegno, e – nelle sue stesse parole - i ragazzi più giovani si rendevano conto di non essere soli.

 

Come ti è venuta in mente questa idea?
L’iniziativa mi è venuta in mente questa mattina (ieri NdR), davanti al cellulare. Leggevo tanti post sulla polemica #UnioniCivili , e poi ho visto dei post su Sanremo, e li è nato tutto.
L’America ha portato il messaggio arcobaleno al Super Bowl con l’iniziativa “We Believe in Love”, Crediamo nell’Amore, e io dovevo fare qualcosa per il mio paese, per me e per tutti gli amici arcobaleno e per tutte le loro famiglie. Sanremo mi sembrava una grande vetrina per arrivare nelle case e nel cuore di tutti.


Come ti sei organizzato, come l’hai messa in atto?
Ho twittato. Le mie idee oggi attraverso i social possono arrivare a tutti, e allora ho fatto sentire la mia voce, ho iniziato su Twitter a contattare amici e artisti italiani affinché supportassero questa iniziativa.
Il primo a rispondere è stato Andrea Pinna, vincitore di Pechino Express, il primo a postare sui suoi social la mia idea, lanciando così il nostro invito ad un #SanremoArcobaleno. Ovvero un Sanremo libero, dove ogni artista potesse portare sul palco la propria idea e supportare la comunità LGBT a suo modo.
Il secondo passaggio è stato contattare tutti gli amici e addetti ai lavori che in questi giorni si trovano a Sanremo, tutti hanno risposto subito con grande entusiasmo e si è sparsa la voce sui social, e  su Tiwtter con l’#hashtag #SanremoArcobaleno.


Sono stati moltissimi gli artisti che hanno sfoggiato sul palco i nastri arcobaleno. Cosa significa questo gesto di sostegno per te personalmente, e per il movimento più in generale?
L’adesione di così tanti artisti ci mette di fronte alla realtà. L’Italia è pronta, la nostra generazione è pronta. Nel mondo hanno imparato a conoscerci, ad accettarci, a capire che quando si chiude la porta di casa, cerchiamo tutti la stessa cosa: amore. Le forme forse sono diverse, ma i codici sono gli stessi, amarsi e ed esserci l’uno per l’altro. Il nostro messaggio è forse colorato ma porta dentro di se un principio fondamentale: l’amore. E vogliamo essere liberi di amare, senza disturbare nessuno, ma senza nasconderci. Chiediamo un futuro, che oggi è un lusso per pochi.
Io vivo all’estero quindi ho trovato la mia libertà, ma chi rimane in Italia, chi non può partire, perché si deve vergognare di amare? La cosa bella di questa serata è essere entrati nelle case di tante famiglie arcobaleno, di tanti ragazzini a cui far arrivare il messaggio: “Non ti preoccupare, poi passa, è difficile ma passa, noi ci siamo, noi capiamo, noi vinciamo”. Un messaggio dedicato a tutti quei ragazzi che ancora oggi in Italia vivono l’omofobia dentro e fuori di casa, con un futuro da affrontare non sempre facile. Io l’ho vissuto, non è facile, non li dobbiamo lasciare soli.


Tu lavori molto negli Stati Uniti. Quanto è diversa l’atmosfera?
Completamente. Lì l’amore non viene ghettizzato, ma accettato. Il Presidente Obama è riuscito dove nessuno mai aveva osato: ci ha dato un futuro. E un cittadino con un futuro è un cittadino tranquillo.


Sul palco di Sanremo non ci sono stati solo gli artisti con i nastri arcobaleno, ma anche le parole di Laura Pausini ed Elton John. Credi che questa serata servirà davvero a qualcosa?
Laura è stata la prima a schierarsi, le va riconosciuto un coraggio che in Italia pochi hanno avuto.
Laura come Elton aiutano lo spettatore a capire che non c’è nulla da temere, ma solo da conoscere; c’è solo da capire che quello che chiamano “diverso” non deve far paura ma è qualcosa che ci arricchisce dentro e fuori. Essere gay è il regalo più bello che Dio mi ha fatto e coraggiosamente ne vado fiero: io ho avuto il coraggio di amare. Avrei potuto anche io mettermi la camicia e la cravatta e omologarmi a quello che la società aveva pensato per me, invece non ci sono riuscito, ho avuto quella malattia chiamata “coraggio di amare”.


Quali altri artisti vi hanno sostenuto?
I primi sono stati La Pina e Diego Passioni a portare #SanremoArcobaleno all’interno del loro programma radiofonico Pinocchio, un grande aiuto. Patty Pravo, in gara domani (oggi, NdR) ha mostrato il suo interesse e noi la aspettiamo perché da sempre è una voce importante per noi.
In serata poi anche Alessandro Gassman ha difeso la nostra causa contro un tweet poi cancellato di Francesco Facchinetti, ed è bello sentirsi difesi da chi ha più voce di noi. A lui va il nostro grazie.


Chi ti ha colpito di più?
Noemi è stata la prima e coraggiosissima, ma Arisa ha fatto un gesto teatrale, il miglior gesto di solidarietà e libertà, un gesto come non se ne vedevano da tempo.
Un applauso anche a Ruggeri, primo uomo a sostenere #SanremoArcobaleno, e ad Irene Fornaciari che così giovane e con un cognome così importante non ha avuto paura ma tanto coraggio nel sostenerci. I Bluvertigo hanno avuto ancora il coraggio di rischiare. Bravi.


Se questa sera potessi parlare al te stesso tredicenne, magari davanti al televisore, cosa gli diresti?
Gli direi di non avere paura di amare. Gli direi che l’adolescenza libera di amare dei suoi coetanei non deve essere motivo di invidia, ma un obbiettivo da raggiungere. Gli direi di parlarne subito con amici, fratelli e genitori, perché non ha nulla di cui aver paura e di cui vergognarsi, anzi. Gli direi che non è solo, che è difficile, ma che poi passa. Gli direi che amare è la cosa più bella del mondo e che se è un uomo o una donna che ami, di farlo con coraggio, con passione e libertà. Gli direi che noi esistiamo, che noi ci siamo, che noi vinciamo, perché è l’amore che vince.