In una biografia da poco pubblicata da Baldini Castoldi Dalai, Silvana Giacobini ripercorre la vita dell'icona del cinema italiano, svelando come nacque il nome d'arte che l'avrebbe fatta conoscere in tutto il mondo. Leggi un capitolo del saggio
di Silvana Giacobini
L’ambizione materna e la mancanza cronica di denaro spingevano
Sofia a non trascurare alcuna opportunità e ad accelerare
il passo verso il raggiungimento del successo.
I sacrifici non erano pochi per un’adolescente già carica di
responsabilità. Imparava ogni giorno a destreggiarsi tra i tanti
uomini che l’avvicinavano promettendo aiuti e raccomandazioni
in cambio di sesso.
Sofia sapeva riconoscere le false promesse e aveva una sola
idea fissa in testa: riunire la famiglia per mantenere in maniera
decente la madre e la sorella più piccola, Maria. Se esiste la materia
prima, giorni e giorni, mesi e mesi di gavetta, di rifiuti e di
umiliazioni formano un carattere di ferro. Sofia possedeva, a
prescindere da un fisico mozzafiato, una straordinaria materia
prima fatta d’intelligenza, senso del sacrificio, lungimiranza e
disciplina.
Una vita così ti fa ottenere davvero quello che vuoi a condizione
di avere un pensiero costante in testa: quello di
voler riuscire, di fare, di costruire, perché ti piace.
Perché combatti per vincere la battaglia della tua vita.
Io volevo vincere la battaglia che non aveva vinto mia
madre e perciò oggi posso dire che il mio unico cruccio era
che quando avevo sedici, diciassette anni e cominciavo a
fare i fotoromanzi, delle piccole cose nel cinema o a posare
per le foto, non avevo mai tempo per me stessa.
Certe volte, quando vedevo un ragazzo sulla spiaggia o
una coppietta guardare il tramonto, l’invidiavo e mi chiedevo:
«Perché io non posso avere queste cose?»
E poi mi costruivo una linea dritta davanti a me, una specie
di cordone: «Devo andare avanti», mi dicevo, «perché
soltanto andando avanti in questo modo, posso vincere.
Perché, altrimenti chi si occuperà di me? Chi si preoccuperà
di me e di mia madre?»
Perché eravamo davvero una famiglia molto unita.
Dopo l’incontro con il produttore Carlo Ponti, anche se il
primo provino non era stato soddisfacente, le cose si stavano
mettendo meglio. Nel cuore della ragazza iniziava a nascere un
sentimento affettuoso, oltre alla riconoscenza, al rispetto e all’ammirazione
per un uomo di grande cultura e potere.
Nella vita di Sofia c’erano già stati due padri.
Il primo era l’adorato
papà Domenico,
Dummì, com’era
chiamato in famiglia il nonno che l’aveva allevata insieme alla
nonna Luisa con l’autentico amore di un genitore e che per tanti
anni la piccola Sofia aveva creduto fosse il suo vero padre.
Sempre presente quando c’era l’allegria, sempre presente
quando i dispiaceri la turbavano da bambina.
Bastava uno
sguardo di
papà per ubbidire prontamente, bastava un bacio di
papà per essere felice e addormentarsi contenta. Era
papà che si
levava il pane dalla bocca quando ne avevano bisogno i suoi figli,
era lui che usciva all’alba per andare a lavorare e tornava la
sera sfinito.
Con un trauma che non aveva superato, Sofia aveva scoperto
a cinque anni che esisteva un padre
vero, un padre naturale,
Riccardo Scicolone.
Lui era un padre assente, che aveva
abbandonato lei e la madre e poi non aveva voluto riconoscere
come sua figlia la sorellina Maria. Un uomo che procurava soltanto
sofferenze, un padre soltanto di nome e non di fatto.
Adesso c’era un altro uomo che per l’età poteva essere suo
padre. Non erano quei ventidue anni di differenza a farglielo
sentire nel cuore, ma era la presenza sollecita nei suoi riguardi
fatta d’insegnamenti e di consigli, era l’attenzione verso di lei
come persona e non come un prodotto da vendere o da comprare.
Carlo Ponti era nato a Magenta l’11 dicembre 1912. Il nonno
era stato sindaco di Magenta nell’Ottocento, il padre Leone
un amministratore efficiente e stimato. Delle sue due sorelle,
una, Laura, aveva sposato l’architetto Isnenghi, l’altra, Lucia, il
professor Bonicalzi docente al Politecnico.
Carlo si era laureato a Milano in giurisprudenza, ma più
che avviarsi a una carriera da avvocato, amava occuparsi d’arte
e di letteratura e coltivava interessi in politica in senso antifascista.
Forte di una grande intelligenza e di una mente razionale,
sapeva unire la cultura alla praticità. Furono queste
doti a fargli fare un’ottima impressione al fondatore della Lux
Film, Renato Gualino, che lo volle accanto a sé come produttore
esecutivo.
Dopo un lungo fidanzamento, nel 1946 sposò la figlia di
un generale dell’esercito, che divenne ben presto avvocato.
Si chiamava Giuliana Fiastri ed era destinata a comparire
nelle cronache di tutto il mondo pur non avendo, data l’educazione
rigida e borghese della famiglia d’origine, la minima
propensione alla notorietà.
Da lei Carlo Ponti ebbe due figli, Guendalina, nel 1951, e
Alessandro, nel settembre del 1953, un anno che Sofia non dimenticherà
mai, ma per tutt’altre ragioni.
Quando Ponti incontrò nel locale di Colle Oppio la giovanissima
Sofia Scicolone, aveva già messo a segno una serie di
successi.
Il primo, e clamoroso, era stato nel 1941 con il lungometraggio
Piccolo mondo antico, tratto dal romanzo di Fogazzaro.
Il film, diretto da Mario Soldati, aveva lanciato nel mondo della
celluloide la giovane baronessina Alida von Altenburger che,
senza contare il resto dei cognomi altisonanti, von Markenstein
und Frauenberg, aveva un nome difficile da ricordare, tanto
che la produzione glielo cambiò in Valli.
Alida, che gli appassionati di cinema ricordano nel ruolo
sofferto in
Senso, di Luchino Visconti, avrebbe in seguito conquistato
il difficile mercato di Hollywood con l’interpretazione
dell’ambigua protagonista de
Il caso Paradine, di Alfred Hitchcock,
accanto a un partner affascinante come Gregory Peck.
Intanto
Piccolo mondo antico aveva procurato dei guai politici
a Carlo Ponti perché, promovendo il tema dell’irridentismo
ottocentesco contro l’Impero austroungarico, sembrava
alludesse a una propaganda contro la Germania.
Se è vero che la cultura gli aveva fatto scegliere Fogazzaro
e le sue tendenze politiche una storia di patrioti antitedeschi,
come risultato il giovane Ponti ebbe una condanna a una breve
detenzione con il sospetto, fondato, che fosse un antifascista.
Un avvertimento a essere più prudente in futuro.
Lavorando con la Lux Film, Carlo Ponti aveva stretto amicizia
con l’altro produttore esecutivo, il giovane rampante napoletano
Dino De Laurentiis, che nel 1946 aveva raccolto uno
straordinario successo di botteghino con il film
Riso amaro,
una storia ambientata tra le mondine.
Il cast diretto da Giuseppe De Santis annoverava tra i protagonisti
il ribaldo Vittorio Gassman e l’affascinante Raf Vallone,
ma tra i suoi meriti c’era anche il lancio di una splendida,
fiorente ragazza, che a bagno nella risaia era diventata un sex
symbol con la maglietta che metteva in risalto i seni appuntiti e
i calzoncini che scoprivano le magnifiche cosce a malapena vestite
con le calze nere. Quell’immagine sarebbe diventata un’icona
del sesso, come la
Gilda di Rita Hayworth quando in abito
da sera si sfila il lungo guanto di raso nero.
La ragazza romana, di madre inglese, si chiamava Silvana
Mangano e divenne ben presto la protetta e poi la moglie di Dino
De Laurentiis che così formò con lei la coppia glamour del
cinema italiano, seguita ovunque dai fotografi negli spostamenti
della sua movimentata esistenza.
Possedevano una villa sull’Appia Antica,
must dell’epoca,
con tanto di piscina stile Hollywood e ai suoi bordi De Laurentiis
concedeva le interviste a giornalisti del calibro di Oriana
Fallaci per «L’Europeo».
Ponti e De Laurentiis, uniti dalla stessa ambizione e dallo
stesso fiuto, nel 1951 decisero di fondare una propria casa di
produzione destinata a produrre film di cassetta e capolavori indimenticabili.
La Ponti-De Laurentiis si avvaleva infatti di registi
come Vittorio De Sica, Alberto Lattuada, Luigi Zampa, Roberto
Rossellini, Alessandro Blasetti che per il grande schermo
hanno firmato pellicole insuperabili.
De Laurentiis sognava in grande; l’amicizia e la società con
Ponti furono messe a dura prova per tutto il tempo della loro
collaborazione fino a quando Dino decise a tutti i costi di produrre
il kolossal
Guerra e Pace, dopo il quale avvenne la scissione.
Il film era tratto dal romanzo fiume di Lev Tolstoj con la
regia di King Vidor. E scorrevano anche fiumi di denaro.
I costi erano enormi, davvero colossali, ed erano dovuti, sì,
alla lunghezza delle riprese che sembravano non finire mai e alle
scene di massa con 5000 fanti e 8000 cavalleggeri, ma soprattutto
al cast stellare, che radunava tra i protagonisti i più
bei nomi di Hollywood.
Sulle copertine e sui servizi interni dei giornali si susseguivano
le foto di Audrey Hepburn con gli abiti di scena del suo personaggio,
Natasha Rostova. Si parlava del suo amore romantico per
il marito, Mel Ferrer, ma anche della rivalità di lui con Henry Fonda,
nei panni dell’inquieto Pierre Bezuchov, ruolo decisivo nella
grande storia tolstojana, e degli amori italiani di Anita Ekberg.
Nel cast era stata scritturata pure May Britt che, con i suoi
tratti nordici, nelle steppe russe appariva finalmente meno raccomandata
dal produttore e meno improbabile della figlia del
Corsaro Nero con cui aveva esordito.
Negli anni che videro susseguirsi i successi di Ponti e De
Laurentiis, ben prima di arrivare alla fine della loro società, i
giornali cominciarono a pubblicare vari pettegolezzi sulla rivalità
delle attrici della loro scuderia e i piccanti retroscena
degli scontri tra le due coppie del cinema italiano. Da una
parte, i coniugi De Laurentiis e dall’altra Ponti, il produttore
della giovane e appariscente Sofia. Si disse che alla base della
rottura tra i due ci fosse l’incompatibilità delle due primedonne,
Silvana e Sofia.
È curioso che proprio in un film di grande successo della
Mangano,
Anna, la storia di un’ex prostituta che diventa suora,
Sofia ebbe la prima particina che la metteva in luce. Non era
citata nella locandina, ma almeno aveva preso parte a un film
che avrebbero visto in gran parte del mondo.
Tra il ’50 e il ’51, Sofia iniziò a partecipare a una serie di
film prodotti da Carlo Ponti.
In uno,
Era lui… sì! sì! con Walter Chiari, nei succinti panni
di una schiava dell’harem che sogna Chiari, con il nome d’arte
di Sofia Lazzaro recitò anche a seno nudo perché, come si usava
a quei tempi, si girava due volte e in modo differente la stessa
scena: una casta per il mercato italiano, un’altra sexy, se non porno
soft, per quello straniero. I grandi seni rotondi ed eretti di Sofia
erano un capolavoro, sicuramente molto più del film.
È probabile che Ponti non abbia trascurato quest’aspetto
per raccomandare Sofia all’amico Goffredo Lombardo che iniziava
la produzione di
Africa sotto i mari.
Fu proprio lui che battezzò la stellina nascente con il nome
che divenne celebre in tutto il mondo. A Lombardo il nome
Lazzaro non piaceva, tantomeno il nativo Scicolone.
Guardando una locandina appesa nel suo ufficio, il produttore
notò il nome di Marta Toren, famosa a quel tempo per
gli occhi color ghiaccio e i ruoli torridi che ricopriva sullo
schermo.
Toren… Toren… Loren!
A Lombardo bastò cambiare la prima lettera per dare un
nuovo cognome a Sofia.
Il passo successivo fu rendere esotico il nome di battesimo,
sostituendo l’
effe di Sofia con il più sofisticato
ph all’inglese.
Era nata Sophia Loren.
Peccato che spesso in Italia la chiamassero Sopìa.
© 2010 Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A. - Milano
Tratto da
Silvana Giacobini, Sophia Loren, una vita da romanzo, Baldini Castoldi Dalai editore, pp.256, euro 20
Silvana Giacobini, romana di nascita e milanese di adozione, è sposata e ha una figlia. È stata direttore di «Gioia», ha progettato e diretto «Chi» e «Diva e Donna». Ha collaborato inoltre con vari quotidiani e condotto trasmissioni per la Rai e per Mediaset. Ha scritto i romanzi
La signora della città e
Un bacio nel buio (1994 e 1999), da cui sono stati tratti gli omonimi film per la tv; il libro di ritratti
Celebrità (2001) e la raccolta di poesie
I fiori sul parabrezza (2003). Nel 2007 è uscito
Chiudi gli occhi, il primo romanzo con Chiara Bonelli protagonista (Premio internazionale Il Mulinello per la narrativa, Premio Colapesce, Premio Personalità Europea e Premio speciale della giuria Un libro per l’estate 2007) a cui è seguito nel 2009
Conosco il tuo segreto.