La diagnosi di un infarto potrebbe essere rivoluzionata grazie a due "spie" presenti nel sangue che consentirebbero di individuare in anticipo nelle persone il rischio di simili eventi cardiovascolari. È quanto emerge da uno studio presentato a Washington durante l'American college of cardiology scientific session, al via nella  capitale americana il 17 marzo. Un appuntamento che, nonostante la tempesta Stella che nei giorni scorsi ha causato la cancellazione di migliaia di voli, secondo gli organizzatori è riuscita a riunire in città circa 20mila persone, fra cui 13mila cardiologi da tutto il mondo.    

Nel sangue la risposta - La nuova ricerca suggerisce che il "GlycA", un marcatore del sangue  recentemente identificato, e la proteina "C-reattiva" (Crp), un marker dell'infiammazione, consentono di predire in modo indipendente i più importanti eventi relativi al cuore. Inoltre, i pazienti che hanno alti livelli di entrambi i biomarcatori sarebbero da considerare a rischio particolarmente elevato di infarto. A spiegarlo sono i ricercatori dell'Intermountain medical center di Salt Lake City (Utah), che con i colleghi dei Liposcience laboratories hanno esaminato i due marker per vedere se fossero indipendenti o correlati, e se potevano aiutare i cardiologi a identificare i pazienti a elevato rischio di eventi cardiovascolari.

Lo studio nel dettaglio - La ricerca nasce da una precedente analisi condotta con un metodo sviluppato da Liposcience, che utilizza la risonanza magnetica nucleare per misurare, tra l'altro, il numero di particelle di colesterolo "cattivo" Ldl. In questa ricerca Liposcience aveva rilevato il "GlycA", individuandolo come un nuovo marker dell'infiammazione. Le prime indagini hanno dimostrato che il "GlycA" può predire il rischio infarto. Ora, utilizzando gli stessi campioni di plasma - parte degli oltre 30mila campioni di Dna raccolti nel corso di 25 anni - gli studiosi dell'Intermountain medical center hanno messo a confronto i valori di "GlycA" e della "proteina C-reattiva" per verificare la loro efficacia nel predire il rischio di futuri attacchi di cuore, ictus o morte. Per lo studio sono stati seguiti circa tremila pazienti sottoposti ad angiografia coronarica, due terzi dei quali maschi. Al 65% era stata diagnosticata la malattia coronarica, al 42% una sindrome coronarica acuta e al 26% il diabete. "La correlazione è stata modesta", ha spiegato  Joseph Brent Muhlestein, autore dello studio. "Alcuni pazienti avevano alti livelli di un marker e bassi livelli dell'altro, o viceversa. Ma le due proteine hanno predetto in modo indipendente il futuro rischio. E se entrambi i valori erano elevati, lo scenario era il peggiore". Ora il team vuole indagare ancora, per capire se le due "spie" possono essere usate come nuovo marker del rischio cardiovascolare, in grado di indirizzare a uno specifico trattamento.