Il caffè è una delle bevande più consumate al mondo, ma anche un potente alleato contro la demenza. La scoperta di questa proprietà prima sconosciuta arriva dai ricercatori dell'Università dell’Indiana. La caffeina è risultata capace di potenziare un particolare tipo di enzima, denominato "Nmnat2", un'arma molecolare importante che protegge il cervello impedendo la formazione di aggregati tossici per i neuroni. Lo studio, pubblicato sulla rivista "Scientific reports" del gruppo Nature, apre la strada a nuove possibilità terapeutiche basate appunto sulla caffeina e su composti affini.

 

Osservati gli effeti di oltre 1300 composti – I ricercatori statunitensi hanno analizzato quasi 1300 composti allo scopo di identificare le molecole capaci di incidere sulla produzione di Nmnat2. Di queste, 24 sono risultate idonee all'attivazione dell'enzima nel cervello. E una delle 24 sostanze - anzi, quella con gli effetti di maggiore potenza - era proprio la caffeina. Per avere un'ulteriore conferma, è stata somministrata a dei topi geneticamente modificati, con un basso livello di Nmnat2. Risultato? Questi roditori hanno cominciato a produrre gli stessi livelli di enzima dei topi normali.

 

L’enzima che protegge il cervello – Studi recenti hanno dimostrato come l'enzima Nmnat2 svolga un duplice ruolo nel cervello: protegge i neuroni dallo stress, ma è anche capace di combattere particolari tipi di proteine collegate a malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, il Parkinson, la corea di Huntington e la sclerosi laterale amiotrofica (Sla).

 

Composti "buoni" e composti "cattivi" – Oltre ai 24 composti che si sono dimostrati capaci di aumentare la produzione di Nmnat2 nel cervello, i ricercatori ne hanno individuato anche 13 che, al contrario, avevano l’effetto opposto. Anche questo scoperta, però, si potrebbe rivelare molto importante allo scopo di comprendere il ruolo di questi composti nello sviluppo della demenza. "Aumentare le nostre conoscenze rispetto ai percorsi nel cervello che sembrano causare naturalmente il declino di questa proteina – ha detto la professoressa Hui-Chen Lu, che ha condotto lo studio – è altrettanto importante che identificare i composti che potrebbero giocare un ruolo chiave nel futuro trattamento di questi disturbi mentali debilitanti". Lo studio dell’Università dell'Indiana potrebbe dunque aprire la strada a nuove possibilità terapeutiche basate sulla caffeina. Non solo. Altre 23 molecole, infatti, sia pure in misura minore, hanno mostrato la capacità di aumentare la produzione dell’enzima protettivo.