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    Referendum costituzionale, le sei principali ragioni del sì e del no

    Dai costi al bicameralismo fino al rapporto tra Stato e Regioni, ecco alcuni degli argomenti sostenuti dai favorevoli e dai contrari al provvedimento. 

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    Referendum costituzionale

     

    Quando si vota e perché


    Domenica 4 dicembre dalle 7 alle 23 gli italiani sono chiamati al voto con un referendum costituzionale per approvare o respingere la riforma della Costituzione che porta il nome di Maria Elena Boschi, ministra per le Riforme costituzionali del governo di Matteo Renzi. Il ddl Boschi è stato approvato in doppia lettura da Camera e Senato e, come prevede l’articolo 138 della Costituzione, è stato possibile richiedere il referendum perché il provvedimento è passato con una maggioranza inferiore ai due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Per il referendum sono state raccolte le 500mila firme previste dalla legge. Ma la consultazione si sarebbe svolta comunque perché a richiederla è stato oltre a un quinto di parlamentari sia di maggioranza sia d’opposizione. Il quesito del referendum è questo: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione’, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”.
    A differenza del referendum abrogativo, per quello costituzionale non è previsto quorum: non è necessario, cioè, che vada a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto per rendere valido il risultato.

    Cosa cambia se vince il sì


    La riforma approvata dal governo Renzi è divisa in 5 punti. Ecco cosa cambia se vince il sì al referendum costituzionale:

    • Fine del bicameralismo perfetto attraverso una modifica sostanziale del Senato. La Camera dei deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea che deve approvare le leggi ordinarie e di bilancio e accordare la fiducia al governo. Il Senato, definito Senato delle regioni, diventa un organo rappresentativo delle autonomie regionali: la sua funzione principale è di coordinamento tra lo Stato e gli enti locali. Può anche esprimere emendamenti e pareri sui progetti di legge approvati dalla Camera e proporre modifiche entro 30 giorni, ma con la possibilità che non vengano accolti. I senatori, poi, continuano a partecipare all’elezione del presidente della Repubblica, dei componenti del Consiglio superiore della magistratura e dei giudici della Corte costituzionale.
      Il numero dei senatori si riduce da 315 a 100 e non vengono eletti direttamente dai cittadini. I consigli regionali, con metodo proporzionale, ne scelgono 95: 21 sindaci (uno per regione, tranne il Trentino-Alto-Adige che ne nomina due) e 74 consiglieri regionali (minimo due per regione, in proporzione alla popolazione e ai voti dei partiti). Questi 95 senatori rimangono in carica per tutta la durata del loro mandato da amministratori locali e percepiscono solo lo stipendio regionale o da sindaco. A loro si aggiungono 5 senatori nominati dal capo dello Stato, che rimangono in carica 7 anni e non possono essere rinominati. Non vengono più nominati, quindi, i senatori a vita: la carica resta valida solo per gli ex presidenti della Repubblica. I senatori a vita attuali restano in carica ma non saranno sostituiti.
    • Modifiche per l’elezione del presidente della Repubblica. All’elezione del presidente della Repubblica partecipano solo le Camere in seduta comune e non più i delegati regionali. Cambia il sistema dei quorum: per i primi tre scrutini è necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti, dal quarto scrutinio basta la maggioranza dei tre quinti dei componenti, dal settimo scrutinio la maggioranza dei tre quinti dei votanti (non più degli aventi diritto). Attualmente, per i primi tre scrutini è necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti, mentre dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.
    • Abolizione del Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro (Cnel). Viene soppresso il Cnel. Composto da 64 consiglieri, è un organo ausiliario previsto dalla Costituzione che ha sia una funzione consultiva per quanto riguarda le leggi sull’economia e il lavoro sia iniziativa legislativa su queste materie.
    • Riforma del titolo V della Costituzione con nuova ripartizione delle competenze di alcune materie tra Stato e Regioni. Cambia la divisione di competenze legislative tra lo Stato e le Regioni, con una riduzione delle competenze delle Regioni e una maggiore chiarezza sui ruoli di Stato e autonomie locali. Una ventina di materie tornano alla competenza esclusiva dello Stato. Tra queste: ambiente, gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni, beni culturali e turismo. Vengono abolite definitivamente le province: nel testo si legge che la Repubblica è costituita dai Comuni, Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.
    • Modifica delle modalità con cui i cittadini possono richiedere l’indizione di referendum abrogativi e proporre leggi d’iniziativa popolare. Per i referendum abrogativi sono previsti due tipi di quorum. Se i cittadini che propongono il referendum abrogativo sono 500mila, il quorum resta del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto. Se, invece, i cittadini che propongono il referendum sono 800mila, il quorum si riduce al 50 per cento più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche. Per proporre una legge d’iniziativa popolare, poi, le firme passano da 50mila a 150mila. Vengono introdotti il referendum propositivo e di indirizzo, da disciplinare con leggi successive.

     

    Le ragioni del sì


    I sostenitori del “sì” al referendum costituzionale puntano su vari argomenti. Tra questi c’è la riduzione dei costi della politica (dovuta alla diminuzione del numero dei parlamentari, ai risparmi sui loro stipendi, all’abolizione del Cnel e delle province, ai tetti alle indennità dei consiglieri regionali). Altro tema portato a favore è la semplificazione e lo snellimento dell’iter legislativo, ora considerato lungo e macchinoso, grazie alla riduzione delle competenze del Senato e alla fine del bicameralismo perfetto. La modifica del Titolo V, sempre secondo le voci pro, permetterebbe di risolvere molti dei conflitti di competenza che nascono tra Stato e Regioni. Altri argomenti a favore sono: maggiore partecipazione dei cittadini (grazie all’obbligo del Parlamento di discutere i disegni di legge d’iniziativa popolare, ai nuovi referendum propositivi e d’indirizzo, al nuovo quorum nei referendum abrogativi) e maggiore rappresentanza degli enti locali in Parlamento e in Europa (grazie al nuovo Senato). Sono per il “sì” il Pd (anche se la minoranza non è ancora convinta) e le altre forze politiche che sostengono il governo (come Area Popolare e Ala). A favore della riforma costituzionale anche l’ex presidente Giorgio Napolitano, alcuni professori di Legge e studiosi della Costituzione, per i quali il provvedimento sarebbe “un salto di qualità” per il sistema politico italiano. Per il “sì” sono nati diversi comitati, uno dei più importanti è “Basta un sì”. A maggio 193 docenti universitari hanno firmato un manifesto a favore del “sì”. Poco dopo un altro appello è stato firmato da circa 300 personalità tra professori universitari, registi, scrittori, politici.

     

     

    Le ragioni del no


    Diverse anche le ragioni del “no” al referendum costituzionale. Tra gli argomenti principali per cui gli italiani dovrebbero opporsi alla riforma Boschi, i sostenitori del “no” elencano: il bicameralismo non verrebbe davvero superato, come dice il governo, ma reso più confuso; il processo di produzione delle norme non verrebbe semplificato ma complicato (ci sarebbero almeno 7 procedimenti legislativi differenti); rimarrebbero i conflitti di competenza tra Stato e Regioni e tra Camera e nuovo Senato; ci sarebbe un eccessivo ri-accentramento dello Stato rispetto alle Regioni; i costi della politica non verrebbero dimezzati, ma il risparmio sarebbe minimo. I sostenitori del “no” disapprovano anche la scelta di portare a 150mila le firme che servono per i disegni di legge d’iniziativa popolare e quella di garantire anche ad amministratori regionali e locali l’immunità parlamentare . Altre critiche riguardano il fatto che la riforma, sempre secondo i sostenitori del “no”, sia stata scritta in alcuni punti in modo poco chiaro e prodotta non per iniziativa libera del Parlamento (per altro eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale) ma sotto dettatura del governo. Le voci per il “no” criticano anche il referendum stesso: sarebbe meglio, dicono, che gli elettori non fossero chiamati a votare su un unico quesito per approvare o respingere l’intero pacchetto di riforme, ma che avessero la possibilità di votare separatamente sui temi, non omogenei, in esso contenuti. Contro la riforma si sono schierate le forze all’opposizione: dalla sinistra radicale alla Lega Nord, dal Movimento 5 Stelle a Forza Italia (che all’inizio aveva collaborato alla scrittura della riforma, votandola anche in Parlamento). Tanti anche i comitati per il “no”. Uno dei più importanti è guidato da Alessandro Pace e Gustavo Zagrebelsky. Appelli per il “no” sono stati firmati da politici, intellettuali, magistrati. Ad aprile 56 costituzionalisti hanno firmato una lettera per invitare a votare “no”.

     

     

    Il nodo Italicum


    Una delle accuse mosse da una parte dei contrari alla riforma Boschi, non condivisa da tutto il fronte del “no”, è che questa rischia di trasformare l’Italia in un paese “autoritario”: indebolendo una delle due Camere, potrebbe restringere gli spazi di dibattito e rendere troppo forte il governo (che sarebbe legato alla fiducia di una sola Camera e godrebbe anche di una corsia preferenziale per i propri disegni di legge). Il rischio di consegnare la sovranità nelle mani di pochi, secondo alcuni critici, sarebbe accentuato dalla combinazione tra questa riforma costituzionale e l’Italicum. La nuova legge elettorale, infatti, prevede un ampio premio di maggioranza alla Camera per il partito che ottiene anche solo un voto in più degli altri (nel caso raggiunga la soglia prevista). Alla Camera quindi, che con la riforma rimarrebbe l’unico ramo del Parlamento ad avere funzioni legislative, grazie all’Italicum la forza di maggioranza godrebbe di un vantaggio nel numero dei parlamentari molto ampio rispetto all’opposizione (e, aggiungono alcuni critici, sproporzionato rispetto agli elettori rappresentati). Il rischio, obietta una parte dei sostenitori del “no”, è di dare troppo potere al governo e alla forza parlamentare che lo sostiene. Secondo i sostenitori dell’Italicum, invece, questo sistema garantirebbe la governabilità del Paese.

    I precedenti


    Il referendum costituzionale riguarda leggi di revisione della Costituzione (come il ddl Boschi) o altre leggi costituzionali. Questo del 2016 è il terzo referendum costituzionale della storia della Repubblica italiana. Il primo è del 2001: gli italiani, con un’affluenza di circa il 34 per cento, confermarono la modifica del Titolo V della Costituzione (voluta dal governo D’Alema, attribuiva più poteri alle Regioni). Il secondo è del 2006: prevalse il “no”, con un’affluenza del 52,5 per cento, e venne respinto il progetto di riforma costituzionale proposto dal governo Berlusconi (prevedeva una serie di cambiamenti nell'assetto istituzionale nazionale della seconda parte della Costituzione). Se in questo terzo referendum costituzionale vincesse il “sì”, il ddl Boschi entrerebbe in vigore il giorno seguente a quello della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale, dopo la promulgazione. Tuttavia la maggior parte delle disposizioni, tranne alcune eccezioni indicate nel testo, non si applicherebbero da quel momento ma “a decorrere dalla legislatura successiva allo scioglimento di entrambe le Camere”.

     

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