All’indomani della direzione Pd che ha sancito il via libera all'accelerazione decisa dal segretario Matteo Renzi, nel partito si fanno i calcoli sui tempi del congresso: primo passo, l'assemblea che nel prossimo fine settimana fisserà la data dell’assise e le dimissioni di Renzi da segretario, necessarie per l'anticipo della sfida interna. Una scelta che non ha convinto la minoranza, secondo la quale con il congresso anticipato si rischia la scissione. Sullo sfondo, il traguardo è quello delle elezioni: a questo punto pare sempre più improbabile che si vada alle urne prima dell’estate.

 

La linea approvata in Direzione – Con 107 voti a favore, 12 contrari e 5 astenuti, la direzione del Pd ha approvato l’ordine del giorno presentato dalla maggioranza: un'assemblea tra sabato e domenica per dare l'avvio alla stagione congressuale del Partito. Via libera, dunque, alla linea del segretario Matteo Renzi, il quale dovrà dimettersi per consentire l’anticipo dell’assise, finora fissata per dicembre.

 

Mozioni opposte – Il presidente Matteo Orfini, al termine della riunione, ha deciso di mettere ai voti solo il documento di maggioranza. La mozione presentata dalla minoranza aveva richieste opposte: chiedeva di "sostenere il governo Gentiloni fino a scadenza naturale del mandato", la "convocazione di un congresso in tempi tali da garantire il coinvolgimento della nostra comunità con una discussione larga e approfondita" e anteporre una conferenza programmatica "alla fase finale della scelta della leadership da svolgersi fra i mesi di ottobre e novembre 2017".

 

Minoranza contraria all’accelerazione - La minoranza del Pd si è espressa contro la decisione della direzione di arrivare in tempi brevi al congresso. Per Pier Luigi Bersani e Michele Emiliano, "con il congresso ad aprile si rischia la scissione". Bersani chiede che tutti si impegnino a garantire la fine naturale della legislatura, mentre il governatore della Puglia, altro oppositore interno, si candida alla segreteria.

 


 

 

I tempi del Congresso e delle elezioni - Qualora Renzi volesse spingere per l'election day a giugno, le primarie dovrebbero essere convocate entro la metà di aprile. Ma anche i suoi fedelissimi ammettono che il voto anticipato si allontana. L'ex premier si tira fuori dal dibattito sulla data delle urne, assicurando lealtà a Gentiloni. “Congresso e voto - dice - sono due concetti distinti. La data la decidono il premier, i ministri, il presidente della Repubblica e il Parlamento". "Il voto a giugno mi sembra ormai sia fuori dal radar" commenta Piero Fassino. "Le sorti del governo e della legislatura non sono legate al congresso".

L'orizzonte del voto potrebbe essere quello di settembre, quando anche la Germania andrà alle urne.