"Il sentiero della mia vita è un processo passato attraverso prove ed errori. Sono partito dagli ideali che in gioventù ho sposato, più che per scelta ideologica, per impulso morale e sensibilità sociale, guardando alla realtà del mio Paese. Nell'arco dei decenni, ho cercato di andare al di là degli schemi entro i quali all'inizio era rimasta chiusa la mia formazione. Ho attraversato delle revisioni profonde, molto meditate e intensamente vissute". Giorgio Napolitano si confessa in una intervista al giornale polacco Gazeta Wyborcza pubblicata anche su Repubblica alla vigilia delle visita del capo dello Stato in Polonia.
"Sono stato uomo di partito impegnato in politica attiva - dice Napolitano - Ma allo stesso tempo per 38 anni sono stato impegnato nelle istituzioni, come deputato italiano e successivamente, soprattutto dal 1999 al 2004, membro del Parlamento Europeo. Divenni via via sempre di più un uomo delle istituzioni".

Napolitano parla del "periodo in cui ero membro attivo di un Partito Comunista che non era un partito stalinista come molti altri in quanto aveva una fondamentale matrice antifascista e democratica e comprendeva forti componenti liberali, ma era pur sempre nato nel solco dell'Internazionale comunista, e quindi portava nel suo Dna il mito dell'Unione sovietica e il legame col movimento comunista mondiale. Questi elementi originari, a un dato momento, sono diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi".

Il capo dello Stato ricorda il '56, l'appoggio all'intervento sovietico a Budapest: "Innanzitutto fu una tragedia, anche per il Pci, un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti. Poi, anche prima che si ammettesse l'errore, si comprese la lezione: per cui, quando nel 1968 (Togliatti era già deceduto da 4 anni) ebbe luogo l'intervento armato dell'Urss e degli altri paesi del blocco sovietico in Cecoslovacchia, il Pci ufficialmente si schierò contro quell'intervento".

Dal Pci e dall’Urss si passa poi all’Europa di oggi. E Napolitano dice chiaro e tondo: "Non c'è alternativa all'unità". "In Europa, così come in Italia, è molto importante che si riaffermi il concetto di solidarietà”.
"Dobbiamo capire - spiega Napolitano riprendendo parole della Cancelliera Angela Merkel - che gli europei costituiscono appena il 7% della popolazione mondiale; o riusciamo ad operare uniti o diventiamo irrilevanti. E' molto importante che l'abbia detto la leader della Germania, paese in cui potrebbe facilmente trovare terreno l'illusione dell'autosufficienza. Invece nemmeno il paese europeo più popoloso, dinamico e competitivo può contare davvero nel mondo se non si integra con gli altri paesi dell'Unione. Penso che il futuro - aggiunge Napolitano - dipenderà dalla piena consapevolezza che ne avranno tutti i governi nazionali, e dipenderà dalla loro volontà e capacità di condividerla con i cittadini, con gli elettori".

"Si è parlato di berlusconismo - spiega ancora il capo dello Stato rispondendo a una domanda in merito - come di un certo modo di fare politica e conquistare l'elettorato. Sia nella storia che nella politica vi sono cicli che si sviluppano e poi si esauriscono. Berlusconi ha compreso che non poteva continuare a reggere il governo: si è reso conto della crisi, dell' impossibilità di continuare come prima, e si è collocato in una posizione molto più distaccata".
"Nella società italiana - sottolinea poi Napolitano - debbono rafforzarsi certi valori, offuscatisi negli ultimi anni, e che hanno molto a che fare con la visione della politica, le sue basi culturali e morali. Innanzitutto, in Europa, così come in Italia, è molto importante che si riaffermi il concetto di solidarietà”.