“Lasciare il Parlamento? Lo deciderà il congresso”. Dopo il Pdl, che in questi giorni sta cercando di metabolizzare la batosta elettorale, anche la Lega Nord prova a correre ai ripari. Le parole di Roberto Maroni, uno dei tre triumviri, per molti il segretario in pectore, sono soltanto l’ultimo segnale.
"Rinnoveremo la nostra proposta politica per tornare a prendere i consensi in queste elezioni e aumentarli. E' una sfida difficile ma sono sicuro che possiamo  farcela", ha detto Maroni lasciando l'assemblea di Confindustria dopo l’insediamento ufficiale di Giorgio Squinzi.
Lasciare il Parlamento allora è una soluzione? "Di questo ne discuteremo al congresso", risponde Maroni, aggiungendo che "la sfida è importante e significativa, sono sicuro che possiamo farcela in vista delle elezioni politiche del 2013".

L'idea di non presentarsi più alle politiche o comunque di dare meno rilevanza alla rappresentanza in Parlamento non è tuttavia nuova. Il primo a evocarla fu proprio Umberto Bossi, il 24 aprile scorso, a margine di un comizio a Como. "E' stato un errore, per la Lega, andare a Roma", aveva sentenziato il Senatur. "Spero sempre che nessuno vada più a fare il deputato a Roma, compreso me", aveva aggiunto.
A tornare sulla tentazione dei “lumbard” era stato poi lo stesso Maroni, circa dieci giorni fa. "Non escludo neanche che, al prossimo congresso federale, passi la linea di non andare più in Parlamento", aveva sostenuto l'ex ministro dell'Interno. Il Carroccio, aveva chiarito Maroni, è una "forza territoriale", diversa, "geneticamente", dagli altri partiti, che hanno "l'ossessione e l'unico fine" di andare in Parlamento.

Ora, in attesa del congresso che si terrà a fine giugno, l’idea di “lasciare Roma” torna a stuzzicare i leghisti. A pesare, ovviamente, il risultato deprimente delle amministrative 2012.
Sette sconfitte su sette ai ballottaggi: per la Lega Nord un tracollo che ha subito riacceso lo scontro interno. Il Carroccio è andato ko a Palazzolo, Tradate, Senago, Thiene e San Giovanni Lupatoto. Un elenco di piccoli comuni sconosciuti ai più, non ai leghisti che accusano il colpo. Ma i “lumbard” hanno perso anche a Cantù, dove un big, Nicola Molteni, ha dovuto arrendersi ad una lista civica, e a Meda, anche se qui la sconfitta arriva per un solo voto.
Maroni ha dato la colpa alle inchieste e agli avvisi di garanzia che hanno colpito Umberto Bossi e i figli. Matteo Salvini ha spiegato: "E' stata la campagna elettorale più difficile e complicata di sempre per gli errori di qualcuno. Ma ripartiamo dai 380 sindaci della Lega che partecipano alla nostra fase nuova".
E alla rabbia e alla delusione per la sconfitta si sono aggiunte le faide interne. Come quella contro Flavio Tosi, l’unico leghista uscito vincitore di questa tornata elettorale dopo la riconquista di Verona, che pochi giorni fa ha dichiarato: "Se fosse confermato che ha autorizzato personalmente le spese dei figli, è difficile pensare che Umberto Bossi possa fare il presidente della Lega o avere qualsiasi ruolo all'interno del movimento".
Gli hanno risposto 5 deputati leghisti (Alberto Torazzi, Marco Desiderati, Fabio Meroni, Giacomo Chiappori e Daniele Molgora) accusandolo di spaccare il partito.