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di Nicola Bruno

Siamo solo al nastro di partenza e l’Italia già corre a due velocità in quanto a condivisione dei dati pubblici online. Non solo per il numero di dataset attualmente pubblicati in rete, ma anche in quanto a tipologia di informazioni messe a disposizione e, soprattutto, con un enorme divario tra amministrazioni del centro-nord (per ora la maggior parte) e del sud (solo due risultano pervenute). Questo il quadro che emerge dalla mappa interattiva realizzata da Dati.gov.it, il portale del Governo che raccoglie tutti i dataset fino ad ora rilasciati dagli enti italiani, classificandoli in base alle licenze scelte, l’effettiva riusabilità e la localizzazione geografica. Si spera in questo modo non solo di sensibilizzare le amministrazioni del Belpaese a rilasciare i dati con più frequenza, ma anche a farlo in una maniera utile per cittadini e imprese.

Esempi virtuosi e non
- L’infografica presenta le 24 amministrazioni centrali e locali che fino ad ora hanno condiviso i propri dati online, segnalando quelle più virtuose e quelle che invece ancora utilizzano formati poco “open”.
Punteggio pieno per ora va solo a quattro istituzioni, tra cui la Camera dei Deputati e il Cnr. La prima di recente ha lanciato il portale Dati.Camera.it mettendo a disposizione una mole impressionante di informazioni fino a poco tempo fa chiuse nei cassetti di Montecitorio. Ora bastano pochi click per scaricare gli elenchi di tutti i deputati, i disegni di legge, le interrogazioni parlamentari e finanche i resoconti stenografici dalla Camera Regia alla XV Legislatura. Anche il Cnr ha creato un vasto portale da cui si possono scaricare dati dettagliati sulle attività di ogni istituto che fa capo al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Insieme all’Università di Messina e alla Provincia di Carbonia Iglesias, per ora la Camera dei Deputati e il Cnr rappresentano le quattro eccellenze italiane, proprio perché, spiega Dati.gov, hanno rilasciato le informazioni secondo “una modalità (...) che garantisce il massimo livello di riuso e conferisce un valore aggiunto notevole”.
Pur pubblicando dati interessanti nell’ottica della trasparenza verso i cittadini, altri enti scelgono invece formati meno “open”. E’ il caso, ad esempio, del Comune di Rimini che ha condiviso l’elenco degli incarichi e consulenze assegnate a professionisti esterni, ma lo ha fatto in Excel che, spiega Dati.gov, è un formato proprietario e quindi “implica la creazione di una barriera per l’utente e la necessità di acquistare un software per la lettura/elaborazione”. Sempre a Excel hanno poi fatto ricorso la Provincia di Verona con l’elenco delle società partecipate, il Ministero della Salute per i dati sulla spesa pro-capite per il Servizio Sanitario Nazionale e l’INPS per la serie storica delle pensioni.
Allo stesso modo, se da una parte è encomiabile lo sforzo dell’Istat nel rilasciare decine di dataset con licenza Creative Commons (come ad esempio quelli sulle stime del carico inquinante delle acque reflue urbane o i conti economici delle amministrazioni pubbliche), dall’altra fermarsi solo al formato Excel può costituire un limite per chi intende poi riutilizzarli per costruire nuove applicazioni.

Divario Nord-Sud
- Consultando la mappa interattiva di Dati.gov c’è poi un altro aspetto che emerge a colpo d’occhio: l’enorme divario tra amministrazioni del centro-nord e del sud Italia. Da Roma in giù risultano infatti pervenute solo la Regione Sicilia e l’Università di Messina. La prima ha pubblicato i dati relativi alle attività bancarie e al personale assunto dall’ente, la seconda tutte le informazioni su iscritti e immatricolati. Ma si tratta, appunto, di due eccezioni che confermano la regola che nel Mezzogiorno d’Italia manca ancora una cultura degli open data. “Da questo punto di vista - spiega a Sky.it Ernesto Belisario, presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government - l’infografica rappresenta anche una cartina di tornasole sullo stato di diffusione della cultura dell’innovazione in Italia. E fa male vedere quanto il sud sia ancora molto in ritardo su questo fronte. Anche perché si è sempre detto che le nuove tecnologie potevano rappresentare un’occasione di riscatto per le aree meno sviluppate del paese. E, invece, ora vediamo che anche sul fronte degli open data le amministrazioni del sud non si stanno muovendo. In questo modo si sta penalizzando la nascita di start-up o spin-off universitari che potrebbero dar vita a nuovi servizi (come applicazioni per smartphone o web) proprio a partire dalle informazioni messe a disposizione dagli enti pubblici”.  

La qualità dei dati - Spulciando tra i dataset al momento presenti su Dati.gov colpisce anche la scarsa presenza di informazioni che siano effettivamente di pubblico interesse. “Dalle esperienze avviate da più tempo all’estero - continua Belisario - è emerso chiaramente quali sono i dati che più interessano ai cittadini e alle imprese: spesa pubblica, salute, trasporti, criminalità”. Tutti argomenti ancora quasi per nulla presenti su Dati.gov. “In parte è comprensibile: siamo solo all’inizio di un processo, le amministrazioni preferiscono partire con dati non particolarmente sensibili. Ma sul lungo termine bisognerà andare oltre. Altrimenti il movimento open-data rischia di fare la fine di quello open-source nella pubblica amministrazione. Tante parole e buona volontà, ma poco di fatto”. Per fare davvero il salto di qualità bisognerebbe quindi passare dall’attuale spontaneismo delle singole amministrazioni (si veda la legge approvata dalla Regione Piemonte o le iniziative del Comune di Udine) a una obbligatorietà per legge. Molti attivisti del movimento open data sperano che la Cabina di Regia dell’Agenda Digitale del Governo Monti metta quanto prima questo tema all’ordine del giorno. Così come hanno di recente sollecitato a fare l’Unione Europea e alcuni esponenti stessi dell’esecutivo Monti. Anche perché ormai sta diventando sempre più enorme il divario con gli altri paesi occidentali: sul portale Data.gov (Stati Uniti) sono disponibili 390mila dataset; sul francese Data.gouv.fr oltre 350mila; sul britannico Data.gov.uk circa 8mila; in Italia siamo ancora a quota 182.