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di Serenella Mattera

Per favore, non chiamatele “larghe intese”. L’appellativo non piace a destra come a sinistra. Lo rifiutano Pdl e Pd, che saranno pure nella stessa maggioranza, ma di intendersi tra loro lo escludono in partenza. E sembra non andare troppo a genio neanche a Mario Monti, che per il proprio gabinetto invoca il nome di “governo di impegno nazionale”. Ma di fatto i 556 sì ottenuti alla Camera e i 281 sì del Senato consegnano al nuovo premier il sostegno parlamentare più ampio della storia della Repubblica. Mai visto neanche ai tempi della solidarietà nazionale e del compromesso storico. Una maggioranza ‘bulgara’ che sancisce per i partiti, dal Pdl al Pd passando per il Terzo polo, l’inizio di una complicata convivenza parlamentare.

La luna di miele - Non sarà sempre come il primo giorno. “La luna di miele finirà presto”, avverte Emma Bonino. Ma il professore Monti questo lo sa bene. Anche perché di avvisaglie ce ne sono già in abbondanza. Il fair play e il clima bipartisan che vanno in scena al Senato e poi alla Camera per la fiducia all’esecutivo dei ‘tecnici’, sono già solcate da tensioni, conflitti, diffidenze. E fin dall’inizio ha ben chiaro, il nuovo premier, il rischio più grosso: che ‘la politica’ all’improvviso, quando arriverà il momento dei sacrifici e delle misure impopolari o quando si aprirà la finestra più utile per il voto, gli volti le spalle. Serpeggia il timore che il Pdl e Berlusconi decidano di togliergli il sostegno e “staccargli la spina” (il Cavaliere nega però di aver usato questa espressione). Di qui, l’avvertimento: “Se faremo un buon lavoro – dice a viso aperto il professore parlando a tutti i partiti nell’Aula della Camera - forse voi dovrete tenere conto che toglierci la fiducia ha delle conseguenze sulla fiducia dei cittadini in voi”. Chiaro il messaggio?

La larga maggioranza - Intanto, il voto che sancisce la nascita del governo Monti ‘iscrive’ di diritto alla maggioranza tutti i partiti che hanno votato sì: Pdl, Pd, Udc, Idv, Fli, Api, Mpa, gli ex ‘responsabili’, i ‘dissidenti’ del Pdl e tutti gli altri componenti del gruppo Misto (dall’Svp, ai Libdem, ai ‘sudisti’ di Micciché). Anche Antonio Gaglione, assente da mesi, si è fatto rivedere per l’occasione. Una compagine, insomma, mai vista prima. Nella quale però emergono già i distinguo.

Le maggioranze variabili – Si chiama fuori da “qualsiasi maggioranza precostituita” Antonio Di Pietro. E, pur accordando al governo la prima fiducia, si tiene le mani libere: l’Idv deciderà su ogni singolo provvedimento come votare e farà barricate, come sua tradizione, sulle misure sgradite. Ma non finisce qui. Perché da un lato alcune delle piccole componenti del Misto, nate spesso per scissione da altri partiti (quelle del Sud in prima linea, particolarmente agguerrite), sono pronte a farsi sentire e abbracciare le tesi del ‘no’ alla prima occasione. Dall’altro lato gli accenni di distinguo e contrapposizioni che già si intravedono all’interno dei grandi partiti, lasciano presagire un percorso a ostacoli per i provvedimenti del governo.
Sotto la cenere del fair play del Pdl, soprattutto, arde lo scontento del ‘partito delle urne’ e di chi più in generale a Monti la fiducia avrebbe voluto negarla o darla ‘a termine’. Tant’è che una manciata di parlamentari ha manifestato la sua insofferenza assentandosi al momento del voto (tra gli altri, il democristiano Gianfranco Rotondi e l’ex ministro Antonio Martino). Mentre gli ex aennini si sono molto agitati in Aula e sono rimasti “attoniti” (per ammissione di qualcuno di loro) di fronte ai colleghi (“soprattutto gli scajoliani e quelli vicino a Frattini”) che battevano le mani con convinzione al discorso di Monti. Il nervosismo è tanto, insomma. Come rivela anche la (quasi) rissa scoppiata tra i deputati sardi del Pdl Settimo Nizzi e Salvatore Cicu, separati a stento dai colleghi.
Più compatto il Pd, che assicura “lealtà” senza “paletti temporali” a un governo che considera anche il frutto delle proprie battaglie. Ma per i democrat i problemi si annunciano più in là, quando si dovranno votare provvedimenti su temi sensibili come le pensioni e il lavoro, che rischiano di creare profonde lacerazioni.
Insomma, facendo la tara di tutte le posizioni, si possono già presagire per il futuro maggioranze “variabili”, decisamente meno ampie di quella della prima fiducia. Ed è anche per questo che il Terzo polo, compagine determinata a dare sostegno “senza se e senza ma” al governo dei tecnici, cerca di costituire una ‘cabina di regia’ tra i diversi partiti per raggiungere intese e assistere il lavoro dell’esecutivo nelle Aule parlamentari. Ma riuscirci non sarà facile.

La nuova opposizione – Intanto, alla testa dell’unico partito di opposizione (con 25 senatori e 59 deputati), Umberto Bossi ha buon gioco a pronosticare cose non buone per il nuovo governo: “Monti è una copertura, l’hanno premiato per fare il cattivo, ma lo cacceranno quando la gente si incazzerà”.
Mentre una nota a piè pagina meritano Domenico Scilipoti e Alessandra Mussolini, accomunati per un giorno dall’essere stati gli unici, oltre ai leghisti, ad aver votato ‘no’. Il ‘peone’ Scilipoti si è presentato in Aula con il lutto al braccio per la nascita di un governo “cripto presidenziale”. Mussolini l’ha messa così: “Il voto di oggi è una vergogna. Le maggioranze bulgare non vanno bene. E se lo dico io…”.