Siti, blog, social network: appena si apre una campagna elettorale non c’è politico che non si getti sul web salvo poi dimenticarsene dopo le elezioni. Lo raccontano Di Corinto e Gilioli in un libro Bur, "I nemici della rete". Leggine un estratto
di Arturo Di Corinto e Alessandro Gilioli
Il 16 febbraio 2005 Romano Prodi apre un confronto on line con i cittadini inaugurando quello che chiama, un po’ pomposamente, «Il blog del presidente». Pieno di ottime intenzioni, il leader dell’Ulivo annuncia nel primo post il desiderio di utilizzare nel modo più democratico e aperto questo nuovo meraviglioso strumento che è la rete, e l’evento del «professore nel cyberspazio» viene inevitabilmente comunicato alle agenzie di stampa e quindi ripreso dai quotidiani cartacei. Tuttavia gli ormai non pochi italiani che hanno iniziato a navigare in internet notano che nei giorni successivi al lancio, il blog resta muto: zero post e zero aggiornamenti. Passano altre settimane e niente: tutto fermo. Finalmente, trentotto giorni dopo il primo post, chi ha la pertinacia di tornare a cliccare trova un nuovo messaggio: «Lavori in corso. Blog temporaneamente sospeso». Non è mai più riapparso. Ma in fondo Prodi è stato onesto. Forse aveva creduto seriamente di poter tenere un diario politico on line, senza rendersi conto dello sforzo e dell’attenzione necessari per dialogare davvero con le persone in internet: aggiornamenti quotidiani o quasi sull’attualità, capacità di accettare le critiche e magari ogni tanto rispondere agli utenti, un linguaggio piano e colloquiale per il quale è necessario «trovare il passo» via via che si scrive. Insomma, una cosa un po’ più faticosa rispetto alla classica «dichiarazione all’Ansa» con cui gli onorevoli tendono a far sapere la loro opinione al mondo. Ma l’effimero blog di Prodi – seppur rimasto emblematico di un incauto avvicinamento alla rete – è soltanto il caso più limpido nella storia del complicato rapporto fra la politica e il web in Italia. Perché nel primo decennio degli anni Duemila quasi tutti i politici italiani sono stati tentati di usare internet, ma senza avere la più pallida idea delle implicazioni e delle difficoltà connesse, e soprattutto dei rischi che avrebbero corso in un rapporto disintermediato con gli utenti. Il risultato è che ancora oggi – a quasi dieci anni di distanza dai primi tentativi – immensa è la confusione nel cyberspazio della politica e molto diverse tra loro, per risultati ed effetti, sono le case history derivatene. Anche perché la comunicazione on line tende a evolversi con tempi molto più rapidi rispetto alla capacità di adattamento di chi vorrebbe usarla dai palazzi romani: ad esempio, mentre nasceva il web 2.0 gli onorevoli stavano ancora scoprendo il vecchio sito vetrina, in pratica un contenitore dei loro discorsi e delle loro foto sorridenti, più una breve biografia in stile nordcoreano e un «contattami » a cui non rispondeva mai nessuno. Più avanti, quando finalmente alcuni politici iniziavano a capire che cos’è un blog e magari tentavano di postare con regolarità, ecco che il fenomeno dei diari on line tracimava nei social network, con tutte le nuove e diverse caratteristiche dei vari Twitter e Facebook.
Insomma, una rincorsa continua, a fronte della quale non tutti avevano voglia di mettersi davvero in gioco. Anche perché, come ha sintetizzato Beppe Grillo riferendosi alla quantità di critiche che anche lui riceve ogni giorno nel suo blog, «per stare in rete ci vogliono due palle così». E tuttavia, appena si apre una campagna elettorale non c’è candidato che non si getti sul web, di solito perché qualche suo consigliere – magari più giovane e internettiano – gli ha spiegato che «non si può non esserci», o magari perché ancora si favoleggia sui successi ottenuti in America prima da Howard Dean e poi da Obama. In Italia però il più delle volte lo sforzo – social o meno che sia – dura giusto quei due o tre mesi di campagna, al termine dei quali la serranda viene chiusa impietosamente. Uno dei casi più eclatanti (anch’esso diventato sintomatico della rete usa-e-getta) è stato quello di Letizia Moratti, che nel candidarsi a sindaco di Milano (anno 2006) ha messo in piedi un sito ciclopico, in cui ogni via della città corrispondeva a un dominio internet: in pratica, chi abitava lì era invitato a mandare alla Moratti i suoi suggerimenti per il quartiere. Una bella idea, molto costosa dal punto di vista informatico (i domini non sono gratis) ma altrettanto coinvolgente per gli utenti, che si sentivano chiamati a collaborare in crowdsourcing per il miglioramento della metropoli, strada per strada. Peccato che già una settimana dopo le elezioni Letiziamoratti.it riportasse una gran foto della neosindaco esultante con la scritta «Grazie Milano!». Fine. Inutile cliccare su e giù per il monitor a cercare un hyperlink. Il supersito interattivo e sociale era diventato un poster fisso e obsoleto. Nessuno ha mai più saputo che fine abbiano fatto i suggerimenti dei cittadini, né si è avuto modo di verificare se qualche consiglio pervenuto dal basso abbia trovato cittadinanza nell’operato della giunta. Qualche mese dopo anche la foto esultante è sparita e il sito è stato eliminato del tutto.
Arturo Di Corinto ha fatto ricerca e insegnato presso la Stanford University e la Sapienza di Roma. Consulente per la Presidenza del Consiglio dei ministri e l’Onu, scrive per “Il Sole 24 Ore”. È autore di numerosi saggi, come Hacktivism (2002). Il suo sito è www.dicorinto.it.
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