di PAOLO PAGANI

“Ho appena ricevuto un sms da Barack Obama, alle tre della notte di qua, di Washington. Simpatico, no, the president? Mi dice: ho il piacere di informarti che il mio candidato alla vicepresidenza è il senatore del Delaware Joe Biden, bla bla bla…”.

Luciano Clerico, 50 anni, giornalista, corrispondente dell’Ansa dalla capitale del mondo, è straconvinto e non c’è scaramanzia che tenga mentre s’infervora, appassionato, al telefono: “Vince, certo che vince Obama. Scusa tanto, io ci ho scritto sopra un libro, sulla vittoria di Obama… Stai attento: ho detto sulla vittoria di Obama, e non su Obama. E non dovrei esserne convinto?”.

Il libro (Barack Obama- Come e perché l'America ha chiuso il cerchio con Abramo Lincoln, prefazione di Ferruccio de Bortoli, Dedalo Editore, 256 pagg, 15 €) ha una sua particolarità: “Sì, è tutto pronto. Ma manca ancora l’ultimo capitolo. Che scriverò a elezione finita. Fra pochissime ore. Così sarà il primissimo libro su Obama presidente. Più instant book di così non si può, giusto?”. Ma Clerico, giornalista italiano negli States, prima di scriverlo e per scriverlo, ha fatto qualcos’altro. Di insolito. Come le migliaia di volontari americani, nei 20 mesi della più sfiancante campagna elettorale che la storia recente ricordi, ha bussato alle porte degli elettori, ha suonato campanelli, ha fatto propaganda. Come tanti boys & girls fascinati dal carisma di Obama, ha voluto capire di più. Così si è trasformato, lui stesso, in volontario.

“L’ho fatto per me, l’ho fatto naturalmente fuori dall’orario di lavoro. L’ho fatto in tanti weekend soprattutto all’inizio della campagna, l’inverno scorso. Ho sentito il bisogno di farlo perché è la figura di Obama, in sé e per sé, che emoziona. E’ la sua storia, la storia di un orfano di padre nero che traversa i continenti e torna in patria per diventare un presidente che cambia il mondo. Se non è entusiasmante questo, non so proprio cosa possa esserlo. Sono andato a bussare porta a porta, alle case della gente comune, per convincerla a registrarsi all’anagrafe elettorale. Perché qua in America si vota non solo in modo diverso dall’Italia, ma diverso da contea a contea, diverso negli strumenti: schede cartaceee, voto elettronico, touchscreen… E, per poterlo fare, bisogna chiedere allo Stato: io vorrei votare, fatemi accedere al registro degli aventi diritto, please… Io dicevo: buongiorno, sono un cittadino italiano e vorrei farvi capire quant’è importante che, questa volta, andiate tutti a votare. Non credere: spesso, specie in quartiere neri come North Phillie, a Philadelphia, non ti aprono volentieri la porta, la diffidenza nei confronti dello Stato è ancestrale. Per questo è stato bellissimo. Io, volontario tra ragazzi molto più giovani di me, farcito come un pirla di spillette, sciarpe, fronzoli, offrivo da bere un Obamaccino caldo, il cappuccino servito in apposite confezioni con il faccione nero di Obama, e quelli mi stavano ad ascoltare… Ho ancora in ufficio il pupazzetto di Barack che agita la testa, hai presente? Come i cagnolini di peluche sulle auto di qualche decennio fa…”.

Clerico, dice, si è accorto al volo di una cosa. A pelle, prima ancora che riflettendoci politicamente. “Sì, che Obama ha pianificato scientificamente la sua presidenza. Un uomo avanti anni luce rispetto alla sinistra italiana, alla  politica italiana tutta. Lui si è messo a nudo 3-4 anni fa, quando ha pubblicato la sua autobiografia. A scanso di colpi bassi in campagna: vi dico tutto ora, così poi non scoprirete scheletri ballonzolanti nei miei armadi. E poi c’è il talento individuale. Mi sono convinto che è un uomo superiore alla media. Per intelligenza, per fascino personale, per capacità di comprensione dei problemi veri. Mi sono avvicinato alla sua campagna non appena è iniziata, ho conosciuto tutti gli uomini del suo staff. Ho visto come Obama sia riuscito a portare al voto milioni di americani che non l’avevano mai fatto prima, finalmente consapevoli del fatto che il voto è un diritto. Lui ha creato milioni di nuovi elettori, che lo premieranno. L’ho incontrato personalmente tre volte. Prima dei comizi-fiume, gli happening di massa, degli ultimi mesi. L’ho seguito nelle scuole, con poca gente, nell’inverno gelido delle primarie. Già allora, stringendomi la mano, mi disse un giorno: noi teniamo duro, benvenuto nell’America Nuova. La figura di Obama va oltre gli schemi tradizionali in cui impacchettiamo la politica. Lui spariglia la dicotomia destra-sinistra, è un rivoluzionario perché intercetta i giovani uscendo dagli sterotipi classici. Barack rappresenta un tempo nuovo, diverso”.

Un ricordo, un episodio particolare, Luciano? “A Philadelphia, per il suo discorso sul razzismo che io riproduco integralmente nel mio libro, considerandolo uno dei momenti più alti della politica negli ultimi 50 anni di vita pubblica. Ho visto le proiezioni di quel sermone in sedute pubbliche, organizzate tra comunità nere, ma non solo. Tutti i presenti, sempre, in religioso silenzio. Magnetizzati dal più liberal dei democratici. Impossibile dimenticarlo. Buon lavoro, adesso, Mr. President”.