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  • Usa 2016

    Trump presidente

    Il settimanale Usa ha scelto il neoeletto presidente come colui che “nel bene o nel male” ha avuto la maggiore influenza nel 2016. Il tycoon: “E’ un grande onore”. Tra i finalisti c’erano Hillary Clinton e Beyoncé

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    Telefonata di Trump con Taiwan, l'ira di Pechino: "C'è una sola Cina"

    E' il primo colloquio tra un leader Usa e i vertici di Taipei dal 1979. La Casa Bianca precisa: "Nessun cambiamento nella nostra politica"

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    Trump, nuova nomina: Betsy DeVos segretario all’Istruzione

    A darne notizia il transition team, dopo la notizia di Nikki Haley come nuova ambasciatrice all’Onu. Ancora attesa per il delicato incarico di segretario di Stato. LO SPECIALE

  • Trump, nuova nomina: Betsy DeVos segretario all’Istruzione
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  • Trump, arriva la nomina della prima donna: Nikki Haley va all’Onu

    Trump, arriva la nomina della prima donna: Nikki Haley va all’Onu

    E’ l’attuale governatrice della Carolina del Sud, ha 44 anni ed è di origini indiane: la sua famiglia è di fede sikh ed è arrivata negli Stati Uniti dall'India. LO SPECIALE

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  • Trump: "Nessuna indagine su Hillary". E apre anche sul clima

    Trump: "Nessuna indagine su Hillary". E apre anche sul clima

    Kellyanne Conway afferma che l’amministrazione non perseguirà l’ex Segretario di Stato. Nel programma dei 100 giorni di governo non si parla né di muro né di Obamacare. Cresce la fiducia degli americani: per il 53% farà un buon lavoro

  • Trump: "Nessuna indagine su Hillary". E apre anche sul clima
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  • Trump, nel programma dei primi 100 giorni non c'è il muro col Messico

    Trump, nel programma dei primi 100 giorni non c'è il muro col Messico

    Il presidente eletto ha diffuso un video con i primi punti della sua agenda, tra i quali non figura l'abolizione dell'Obamacare, mentre compare l'uscita dal Tpp, accordo commerciale coi paesi del Pacifico

  • Trump, nel programma dei primi 100 giorni non c'è il muro col Messico
    Trump, nel programma dei primi 100 giorni non c'è il muro col Messico
  • La vittoria di Trump

     

    USA 2016

     

    Quando si vota


    Martedì 8 novembre si tengono le elezioni presidenziali Usa 2016. Gli Stati Uniti d’America sono chiamati a scegliere il loro quarantacinquesimo presidente. Gli sfidanti principali per la successione di Barack Obama (ineleggibile perché ha raggiunto il limite di due mandati previsto dalla Costituzione) alla Casa Bianca sono la candidata democratica Hillary Clinton e il candidato repubblicano Donald Trump. Gli statunitensi aventi diritto non votano direttamente il presidente, ma i grandi elettori. La data ufficiale delle elezioni, il martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre, è stata fissata nel 1845 da una legge federale. Da anni, tuttavia, molti Stati permettono di votare in anticipo rispetto all’Election day. Grazie al cosiddetto “early voting”, le cui regole variano da Stato a Stato, gli elettori possono esprimere il loro voto già alcune settimane prima della data ufficiale o andando di persona in alcuni seggi designati (Obama, ad esempio, ha votato a Chicago il 7 ottobre) o per corrispondenza (le schede vengono distribuite o inviate agli aventi diritto, persone che di solito non possono recarsi ai loro seggi per motivi di disabilità fisica o perché geograficamente lontane, che poi le rispediscono per posta, fax o email dopo aver votato a casa).

     

     

    I candidati principali


    Hillary Rodham Clinton è nata a Chicago il 26 ottobre 1947. Prima di tre fratelli, si è impegnata in politica sin da ragazza: all’inizio conservatrice come la sua famiglia, crescendo è entrata a far parte del Partito Democratico. Laureata in Scienze Politiche al Wellesley College, ha ottenuto alla Yale Law School il Juris Doctor (laurea necessaria per l’esercizio della professione legale negli Usa) nel 1973. Alla scuola di Diritto ha conosciuto Bill Clinton, quarantaduesimo presidente degli Stati Uniti, che ha sposato nel 1975. Hanno una figlia, Chelsea Clinton, nata nel 1980. Dopo vari successi e riconoscimenti (ha fatto parte, ad esempio, dello staff d’inchiesta dell’impeachment presidenziale durante lo Scandalo Watergate), Hillary ha lasciato la carriera d’avvocato per seguire il marito. In prima fila accanto a lui durante le campagne elettorali e i mandati (da quello come governatore dell’Arkansas a quelli da presidente), è considerata una delle first lady più influenti della storia Usa: la prima con una laurea e una carriera professionale di successo, forse anche la prima con un ruolo politico così marcato. Tanto che Bill, che ha spesso dichiarato che votare per lui era come ottenere due candidati al prezzo di uno, nel 1993 le ha affidato la guida della riforma sanitaria. I “Billary”, come sono stati soprannominati, hanno superato anche lo scandalo Lewinsky nel 1998. Nel 2000, ancora first lady, è stata eletta senatrice dello Stato di New York. Dopo 8 anni al Congresso, si è candidata alle primarie presidenziali del 2008 ma ha perso contro il senatore dell’Illinois Barack Obama. Quando Obama è diventato presidente, le ha offerto il ruolo di Segretario di Stato: Clinton è rimasta in carica per un mandato, poi ha lasciato il governo per preparare la sua campagna presidenziale. Il 12 aprile 2015 ha formalizzato la sua candidatura alle primarie presidenziali del 2016. Se eletta, sarebbe la prima presidente donna degli Stati Uniti d’America.

    Donald Trump è nato a New York il 14 giugno 1946. Famoso imprenditore, impegnato in diversi settori, è considerato uno degli uomini più ricchi del mondo. Figlio di un importante costruttore, ha iniziato la sua carriera proprio nella società paterna, la “Elizabeth Trump and Son”: qualche anno dopo esserne diventato socio, ne ha assunto la gestione ribattezzandola “Trump Organization”. Dopo gli studi alla “New York Military Academy”, dove è stato iscritto a 13 anni per il suo carattere non facile, si è laureato nel 1968 alla “Wharton School” dell'Università della Pennsylvania (specializzandosi in Economia e Finanza). Già dai primi affari, il giovane Trump ha rivelato le sue capacità. Nel 1971 si è trasferito a Manhattan e, dopo vari investimenti (alcuni azzeccati, altri meno), la sua “Trump Organization” è diventata un’importante immobiliare del lusso. Dopo case, casinò, strutture alberghiere, campi da golf, ha investito anche in altri settori: ad esempio nell’energia e nelle telecomunicazioni (Acn Inc.), nel wrestling e nella televisione (producendo il reality show “The Apprentice”). Il suo nome, grazie anche al suo stile di vita, ai suoi modi diretti, alle sue strategie aggressive sul lavoro, è diventato un marchio conosciuto in tutto il mondo. Dalla fine degli anni ’90 si è interessato sempre più alla politica: nel 2000 si è candidato senza successo alle primarie del Partito della Riforma, nel 2008 ha appoggiato il repubblicano John McCain (battuto da Obama), più tardi ha pensato di candidarsi alle primarie repubblicane per la presidenza del 2012, il 16 giugno 2015 ha ufficializzato la sua candidatura alle primarie per Usa 2016. Trump si è sposato tre volte e ha 5 figli: dal 2005 è legato a Melania Knauss (da cui ha avuto Barron William), prima è stato sposato con Marla Maples (dal 1993 al 1999, da cui ha avuto Tiffany) e con Ivana Marie Zelníčková Trump (dal 1977 al 1992, 3 figli: Donald John, Ivanka Marie ed Eric Frederic). Se eletto, sarebbe uno dei pochi presidenti Usa a non avere alcuna esperienza politica precedente.

     

     

    Le primarie e le nomination


    Il Partito Democratico ha scelto Hillary Clinton alla convention nazionale organizzata a Filadelfia dal 25 al 28 luglio 2016. Hillary ha ottenuto la nomination dopo aver vinto le elezioni primarie tenutesi da febbraio a giugno. Il candidato vicepresidente è Tim Kaine, senatore della Virginia e governatore dello Stato dal 2006 al 2010. Alle primarie democratiche avevano partecipato anche Bernie Sanders e Martin O'Malley: il primo, senatore del Vermont di simpatie socialiste e candidato semi-indipendente, ha conquistato più consensi del previsto e la vittoria di Clinton non è stata scontata come sembrava all’inizio. Hillary ha l’appoggio di Obama e della stragrande maggioranza del suo partito.

     

    Il Partito Repubblicano ha scelto Donald Trump alla convention nazionale organizzata a Cleveland dal 18 al 21 luglio 2016. Il magnate ha ottenuto la nomination dopo aver vinto le primarie tenutesi tra febbraio e giugno. Il candidato vicepresidente è Mike Pence, governatore dell'Indiana. Alle primarie hanno partecipato anche Jeb Bush, Ben Carson, Chris Christie, Ted Cruz, Carly Fiorina, John Kasich, Jim Gilmore, Mike Huckabee, Rand Paul, Marco Rubio e Rick Santorum. Trump, la cui candidatura era stata giudicata poco credibile da più parti e ha sorpreso gli osservatori, non è riuscito a far convergere su di sé il consenso di tutto il partito: anzi, nonostante il consenso popolare che l’ha portato alla vittoria, vari esponenti repubblicani hanno rifiutato di sostenerlo.



    Il programma di Clinton e Trump


    Sono tanti i punti di disaccordo nel programma elettorale della democratica Hillary Clinton e del repubblicano Donald Trump. Primo fra tutti l’immigrazione: Hillary ha una posizione più moderata, è a favore di nuovi percorsi che portino alla cittadinanza per gli irregolari che vivono negli Usa da tempo e si fa promotrice di una riforma che protegga i loro diritti e l’unità familiare; Donald è più duro, tanto che ha proposto l’espulsione di tutti i clandestini, la costruzione di un muro sul confine con il Messico, l’eliminazione del diritto di cittadinanza per nascita, la collocazione degli statunitensi ai posti di comando. Sul possesso delle armi, Clinton si è detta favorevole a maggiori controlli e al bando di alcuni tipi di armi d’assalto; Trump è contro lo stop alle armi e difende il diritto a possederle. Altro terreno di scontro sono i diritti Lgbt e le nozze gay (Clinton è a favore, Trump contrario) e il sistema sanitario (Clinton difende l’Obamacare, Trump vuole revocare la riforma e farne un’altra). Sul piano economico, Clinton intende investire su infrastrutture e ricerca scientifica per creare posti di lavoro, s’impegna ad aiutare i piccoli imprenditori con meno burocrazia e sgravi fiscali, promuove una riforma che stimoli gli investimenti nel Paese; Trump punta sul protezionismo e promette il ritorno delle fabbriche emigrate, agevolazioni fiscali e meno tasse per la classe media, aumento dei posti di lavoro e dei salari netti, diminuzione del debito e del deficit, crescita del Pil. Disaccordo anche su ambiente ed energia: Clinton non intende abbandonare le fonti fossili, ma guarda alle rinnovabili e propone sgravi e premi per chi le adotta (uno degli obiettivi del suo mandato sarebbe quello di arrivare al soddisfacimento del fabbisogno elettrico delle famiglie Usa grazie all’energia pulita); Trump punta tutto sulle fonti fossili per lo sviluppo dell’industria e dell’economia del Paese, è contrario agli accordi internazionali sul clima e alle politiche a difesa dell'ambiente (le giudica poco incisive per il pianeta e troppo costose per le comunità e non crede che l’uomo abbia una diretta responsabilità nel riscaldamento globale). Tra gli altri punti principali del programma di Hillary Clinton c’è la lotta al terrorismo in patria e all’estero, l’impegno a migliorare le condizioni della classe media, l’equità sociale e i diritti umani (soprattutto di donne e bambini). Tra gli altri punti principali del programma di Donald Trump c’è la sicurezza interna ed estera, una maggiore decisione nella lotta all’Isis e al terrorismo, una migliore spesa nel settore della difesa, l’allentamento delle tensioni con Cina e Russia.

    I candidati minori


    Hillary Clinton e Donald Trump non sono gli unici nomi sulle schede elettorali Usa. Ci sono tante altre persone che corrono per la Casa Bianca, alcune in rappresentanza di partiti minori e altre come indipendenti. Il numero di candidati varia da Stato a Stato: ogni Stato, infatti, ha regole diverse per la presentazione delle candidature e non tutti i partiti riescono a correre ovunque come fanno democratici e repubblicani. Su alcune schede elettorali compaiono una ventina di candidati, su altre meno. Alcuni candidati, poi, vengono ammessi in alcuni Stati con il meccanismo del “write-in”: non c’è il loro nome sulla scheda, ma l’elettore può scriverlo.
    La dispersione dei voti sui candidati minori preoccupa i due principali partiti. Per Clinton e Trump, i due sfidanti più temibili sono Gary Johnson e Jill Stein: non hanno possibilità di arrivare alla Casa Bianca, ma si giocano il terzo posto e potrebbero rosicchiare voti importanti. Gary Johnson, classe 1953, ex governatore del New Mexico, terzo classificato alle presidenziali 2012 (ottenne l’1% dei voti), è il candidato del Partito Libertario: propone un programma focalizzato su meno regolamentazione e più libero mercato, maggiore difesa delle libertà civili e individuali (sì all’aborto, alle nozze gay, alla legalizzazione della marijuana, al possesso di armi), difesa del capitalismo contro ogni intervento dello Stato in campo economico e sociale.
    Jill Stein, classe 1950, medico e ambientalista, è la candidata del Partito Verde. Ha già corso alle presidenziali del 2012, ottenendo lo 0,4% dei voti e piazzandosi quarta. Il suo programma è ispirato a un ecologismo di stampo socialista ed ha tra i suoi punti un “Green New Deal” (capace di riconvertire la produzione energetica Usa al 100% di fonti rinnovabili entro il 2030), la sostituzione dell’Obamacare con un sistema di assicurazione sanitaria pubblica, la cancellazione dei debiti universitari, il controllo statale della Federal Reserve, il dimezzamento delle spese militari, programmi pubblici finanziati da un aumento della tassazione dei ceti più ricchi.

    Come funziona il voto


    Come previsto dall’Articolo II della Costituzione Usa, può essere eletto presidente ogni cittadino degli Stati Uniti per nascita, residente nel Paese da almeno 14 anni e con almeno 35 anni d’età. Il mandato dura 4 anni e si può essere rieletti solo una volta. Durante l’Election day, questa volta l’8 novembre 2016, i cittadini dei 50 Stati Usa e del distretto federale di Washington non eleggono direttamente il presidente, ma eleggono i cosiddetti grandi elettori. I 538 grandi elettori (o delegati) scelti dai cittadini formano il Collegio elettorale, che elegge il presidente in un secondo momento. I cittadini di ogni Stato eleggono un numero di grandi elettori, minimo 3, pari ai rappresentati dello stesso Stato al Congresso (numero soggetto a revisione periodica, visto che è proporzionale al numero di residenti). Ogni Stato può scegliere il sistema elettorale, purché diretto, con cui eleggere i delegati: tranne Maine e Nebraska, tutti hanno adottato un sistema maggioritario in base al quale, anche con pochi voti di differenza, un candidato alla presidenza può aggiudicarsi tutti i grandi elettori di uno Stato (è la regola del “winner-takes-all”, “chi vince prende tutto”). Per via di questo sistema, in 4 casi è stato eletto alla Casa Bianca il candidato che ha ottenuto meno voti a livello complessivo: nel 1824, nel 1876, nel 1888 e nel 2000 (Al Gore aveva ottenuto mezzo milioni di voti in più rispetto a George W. Bush, ma perse la presidenza per poche centinaia di voti in Florida). L’8 novembre 2016 si vota anche per tutti i seggi della Camera (rinnovata ogni 2 anni), 35 seggi del Senato, 12 poltrone da governatore e una serie di referendum.

     

     

    I grandi elettori Stato per Stato


    La California è lo Stato che assegna più grandi elettori (55). Seguono Texas (38), Florida e New York (29), Illinois e Pennsylvania (20), Ohio (18), Georgia e Michigan (16), North Carolina (15), New Jersey (14), Virginia (13), Washington (12). Arizona, Indiana, Massachusetts e Tennessee ne assegnano 11; Maryland, Minnesota, Missouri e Wisconsin 10; Alabama, Colorado e South Carolina 9; Kentucky e Louisiana 8; Connecticut, Oklahoma e Oregon 7; Arkansas, Iowa, Kansas, Mississippi, Nevada e Utah 6; Nebraska, New Mexico e West Virginia 5; Hawaii, Idaho, Maine, New Hampshire e Rhode Island 4; Alaska, Delaware, Montana, North Dakota, South Dakota, Vermont e Wyoming 3. Assegna 3 grandi elettori, anche se non è uno Stato federale, pure Washington DC. Alcuni Stati sono per tradizione democratici o repubblicani, altri sono in bilico: è in questi “swing States”, come Florida o Ohio, che di solito si gioca la partita più importante.

     

     

    Cosa succede dopo l’8 novembre


    Alla fine dell’Election day, dopo lo scrutinio dei voti, è già chiaro chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti. Non c’è bisogno di aspettare il voto del Consiglio elettorale. Le liste di candidati a grande elettore nei singoli Stati, infatti, sono esplicitamente collegate ai candidati alla presidenza: votando per una lista, il cittadino sa che sta votando per un candidato presidente. Anche se non sono legalmente obbligati a mantenere il loro impegno, è successo solo in rare occasioni che un eletto in una lista di grandi elettori si sia poi rifiutato di votarne il candidato. Il Collegio elettorale elegge il presidente a maggioranza assoluta il lunedì dopo il secondo martedì di dicembre (quest’anno il 19). Il 6 gennaio, a Camere congiunte, il Congresso apre le buste e conta i voti espressi dai grandi elettori. È eletto presidente chi conquista almeno 270 dei 538 voti del Collegio elettorale (in realtà si vota il ticket presidente-vicepresidente). Nel caso in cui nessun candidato raggiunga il quorum di 270 voti, è previsto un ballottaggio. Il secondo turno è affidato alla Camera dei Rappresentanti, dove i deputati non votano singolarmente, ma per Stati (diventa presidente chi ottiene il voto della maggioranza degli Stati, 26). Solo due elezioni, nel 1800 e nel 1824, sono state decise dalla Camera e non dal voto del Collegio elettorale. Il mandato del nuovo presidente Usa inizia con l’Inauguration day, il 20 gennaio: in quel giorno è previsto il giuramento sulla Bibbia e l’insediamento alla Casa Bianca.

     

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