Secondo sgambetto alla Brexit nel giro di pochi giorni: arriva sempre dalla Camera dei Lord l'estremo tentativo di mettere un freno al cammino del governo di Theresa May verso il divorzio della Gran Bretagna dall'Ue prima dell'avvio di un iter senza ritorno.

Niente referendum bis, anche i pari del regno hanno detto no su questo punto, e niente rivincite dopo quello del 23 giugno scorso. Ma via libera a un emendamento che chiede un nuovo voto vincolante delle Camere sul risultato dei negoziati con Bruxelles: di fatto un potere di veto in grado di rispedire a fine corsa la premier al tavolo delle trattative laddove l'accordo di recesso non fosse gradito ai parlamentari.
 


Lo schiaffo è stato assestato a maggioranza dai banchi rossi della Camera Alta di Westminster, con 366 voti contro 268, a conclusione del dibattito sulla legge destinata a consentire alla May di attivare l'articolo 50 del Trattato di Lisbona innescando così il percorso formale di divorzio (entro due anni) dall'Unione. Ed è il secondo dopo che la settimana scorsa i Lord avevano accolto un primo emendamento per cercare di strappare a Downing Street un impegno preventivo a garantire i diritti dei 3,3 milioni di cittadini di Ue già residenti nel regno (centinaia di migliaia gli italiani), senza aspettare di imporre quel "principio di reciprocità" che la signora primo ministro considera imprescindibile per gli expat britannici.

Ma la partita in effetti non si chiude qui. Entrambi gli emendamenti devono tornare ora alla Camera dei Comuni, a cui spetterà l'ultima parola in quanto unico consesso elettivo. Ed è lì che il governo confida di poter rovesciare i giochi, in un solo giorno, il 13 marzo, blindando la sua maggioranza a dispetto di qualche mal di pancia e ritornando allo scarno testo originario della legge: un testo che lascerebbe a lady Theresa e ai suoi ministri - in primis i tre moschettieri euroscettici David Davis, Boris Johnson e Liam Fox - una gestione a mani libere dell'operazione di svincolo dal club dei 28.