Durante le alluvioni che colpirono le Filippine nel 2012 molti testimoni diretti si affidarono a Twitter per descrivere l'accaduto e chiedere aiuto. Nello stesso anno, in occasione del terremoto che ha devastato l'Emilia Romagna, i contributi in 140 caratteri di coloro che erano nelle zone colpite furono in proporzione molti meno. Nel caso delle inondazioni in Sardegna nel 2013, poi, rappresentarono una percentuale minima.
In quel caso però, fu grande, rispetto al totale, la quota di tweet che esprimevano solidarietà ai territori colpiti.

Twitter e la natura dei disastri - Simili differenze, che in parte dipendono come ovvio dalla diffusione di Twitter, sarebbero dovute anche alla diversa natura dei disastri che, a seconda delle loro caratteristiche, tendono a indurre differenti comportamenti collettivi sui social network. A sostenerlo è un recente studio, uno dei più ampi mai realizzati sul tema, realizzato dalla Scuola Politecnica federale di Losanna e del Qatar Computing Research Intitute.
La ricerca, che sarà presentata alla ACM Conference on Computer-Supported Cooperative Work and Social Computing (CSCW 2015) che si terrà dal 14 al 18 marzo 2015, ha analizzato 26 calamità tra il 2012 e il 2013 e la conseguente reazione su Twitter. Si va, appunto, dai due eventi italiani menzionati agli attentati alla maratona di Boston agli incendi in Australia fino alla tragedia del deragliamento del treno in Spagna nel luglio 2013. Situazioni disparate per impatto estensione e natura. 
Il risultato dell'indagine, scrivono gli autori, è che “alcune caratteristiche intrinseche della situazione di crisi (per esempio il fatto che sia istantanea o progressiva) producono effetti conseguenti sul tipo di informazione veicolata”.

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Reazioni diverse - Lo studio, intitolato “What to Expect When the Unexpected Happens: Social Media Communications Across Crisis”, ha catalogato 250 mila tweet in base al contenuto e in relazione alla fonte che li ha prodotti, cercando di individuare delle tendenze.
Alcune, pur con le dovute cautele, gli scienziati ritengono di averle trovate. Per esempio,  quando un evento è diffuso su un territorio ampio, i tweet che esprimono avvisi e invitano alla cautela tendono ad essere sopra la media, al contrario di quanto avviene quando una crisi è molto localizzata geograficamente. Se una situazione di emergenza è provocata da intervento umano la percentuale di messaggini di testimoni oculari è in media più bassa rispetto a quanto accade per le calamità naturali. Nelle crisi "immediate" i contenuti degli osservatori esterni, dei media e delle Ong di solito arrivano più tempestivamente di tutti. Quando invece l'evento si sviluppa progressivamente nel tempo per lo più sono i cinguettii delle istituzioni pubbliche e dei testimoni oculari a battere tutti sul tempo con le organizzazioni non governative che si accodano solo in seguito.

Simpatia immediata
Altre tendenze, seppure giudicate meno forti e conclusive dagli autori, meritano comunque di essere notate. Per esempio, il fatto che i tweet di supporto e solidarietà siano in media più numerosi quando la crisi è istantanea come se, affermano i ricercatori, “le persone fossero più inclini a mostrare compassione quando gli eventi non sono stati previsti”. I messaggi incentrati sulla situazione e le storie delle persone colpite risultano invece più frequenti quando le vittime sono in numero sufficientemente limitato da consentire la diffusione di notizie “su specifici individui che hanno perso la vita e sofferto infortuni”.
Nel complesso, facendo una media di tutti i 26 eventi analizzati solo il 5 per cento dei tweet totali proviene da fonti governative e solo il 4 per cento da Ong. In entrambi i casi, la quota aumenta quando si tratta di crisi prolungate e geograficamente estese. Secondo gli studiosi, tra le ragioni di una percentuale così bassa c'è il fatto che entrambi i tipi di istituzioni “devono verificare le informazioni prima di diffonderle, attività che porta via parecchio tempo”.
Nel complesso, concludono gli autori dello studio, Twitter è ormai un medium così utilizzato durante situazioni di emergenza che attraverso l'analisi dei dati si possono scorgere le differenti sfumature dei disastri stessi. Più importante ancora, affermano, la comprensione delle tendenze della comunicazione sulla piattaforma di microblogging può permettere a amministratori pubblici e sviluppatori di preparare meglio le strategie in caso di calamità. Dopo tutto, i social media sono sempre più centrali in situazioni drammatiche, come ha confermato anche l'Onu che l'autunno scorso ha diffuso delle linee guida sull'uso di piattaforme come Facebook e Twitter durante le emergenze. “Una delle sfide più grandi quando si tratta di ottenere informazioni puntuali e utili dai social media durante le emergenze è riuscire a navigare attraverso la grande massa di dati prodotti”, spiega Alexandra Olteanu, una delle autrici dello studio. “Chi usa i social media in queste situazioni – e dunque anche i governi e le Ong – deve capire, per esempio, che per ottenere informazioni rilevanti che non sono presenti sui media tradizionali o altre fonti dovrà scartare circa l'80 % dei tweet relativi alla crisi e dunque dotarsi di strumenti adatti al caso”.

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