di Raffaele Mastrolonardo

Le emozioni sono importanti. E nessuno adesso sembra saperlo meglio di Facebook. Il social network ha infatti deciso di studiare scientificamente quelle dei suoi utenti per realizzare che questi non gradiscono affatto che si interferisca con i loro stati d'animo.

Emozioni social - La “scoperta” da parte del social network è avvenuta a margine della pubblicazione di una ricerca nella quale la società di Mark Zuckerberg, insieme ad alcuni ricercatori universitari, ha analizzato il modo in cui le persone reagiscono all'aumento o alla diminuzione di post negativi e positivi sul proprio “news feed”, ovvero il flusso di notizie che ciascuno riceve sul social network. Secondo lo studio, le emozioni sui social influenzano l'umore di coloro che sono esposti ad esse. Questa conclusione, insieme alla constatazione che Facebook sarebbe in grado di alterare volontariamente il loro stato d'animo, ha però suscitato la reazione indignata di molti utenti. Un esperimento addirittura “terrificante”, secondo Clay Johnson, co-fondatore di Blue State Digital, società che ha gestito la prima campagna elettorale online di Barack Obama.


La scoperta – Per portare avanti il lavoro gli scienziati hanno modificato i post di 689 mila utenti di Facebook scoprendo che, anche sul web, le emozioni a cui è esposta possono influenzare l'atteggiamento di una persona. Coloro ai quali il numero di contenuti positivi è stato ridotto, hanno finito per usare nei propri aggiornamenti di stato una più alta percentuale di parole negative. L'opposto è accaduto per le persone che hanno subito un taglio delle informazioni che virano al triste: nelle condivisioni hanno usato maggiormente termini che hanno a che fare con felicità e sentimenti analoghi. “Le emozioni espresse dagli amici, attraverso i social network, influenzano i nostri stati d'animo, costituendo, a nostra conoscenza, la prima evidenza di un contagio emotivo su scala di massa attraverso una rete sociale”, si legge nelle conclusioni dell'articolo.
Proprio questa scoperta, insieme al fatto che Facebook è intervenuto direttamente sui news feed degli utenti ha sollevato polemiche. Qualcuno, come alcuni attivisti per la privacy online, si sono spinti a chiedere se l'intervento non possa avere avuto conseguenze anche tragiche.

La versione di Facebook – Nel mezzo della tempesta, Facebook ha ribadito la bontà delle proprie intenzioni. Nella giornata di domenica Adam Kramer, uno dei ricercatori dell'azienda che ha contribuito alla studio, ha spiegato in un post che la ricerca è stata portata avanti perché “ci interessa l'impatto emozionale di Facebook e ci interessano le persone che usano il nostro prodotto”. Lo scienziato ha ammesso però che “le motivazioni non sono state espresse chiaramente nell'articolo” e ha affermato di comprendere il fatto che “alcune persone possono essere preoccupate” per la vicenda. Siamo molto “dispiaciuti – ha concluso – per il modo in cui l'articolo ha descritto la ricerca e per l'ansia che ha generato”.



Le reazioni – Le scuse di Facebook, però, non sembrano avere convinto molti degli utenti. Nei commenti al post di Kramer c'è chi afferma di “essere meno preoccupato del fatto che il suo conto in banca sia manipolato rispetto al suo stato d'animo”. Altri si dicono perplessi per simili metodi, mentre lo studioso dei nuovi media Jay Rosen si chiede il perché non ci siano repliche alle domande poste dagli utenti.
Scetticismo sul modo di procedere di Facebook arriva inoltre anche da scienziati ed esperti. Secondo James Grimmelmann, professore di diritto all'Università del Maryland, una ricerca di questo tipo avrebbe richiesto un tipo di consenso informato che va oltre quello espresso nei termini di servizio di Facebook, vale a dire quello che di solito viene applicato nei contesti in cui gli esseri umani sono soggetti a ricerca scientifica.
Sulla stessa linea, Max Masnick, un ricercatore con un dottorato in epidemiologia: “Faccio ricerche sugli esseri umani ogni giorno – scrive sul suo blog - per cui vorrei parlare dell'etica di questo studio dalla prospettiva di uno scienziato”. E la conclusione è che un “ricercatore è responsabile del fatto che tutti i partecipanti acconsentano in modo appropriato”. Il problema – conclude Masnick - è che, sulla base delle informazioni contenute nell'articolo, “non penso che questi ricercatori abbiano rispettato questo obbligo etico”.