Le ambasciate americane di mezzo mondo sono sotto assedio. Gli Stati Uniti restano nel mirino delle proteste, più o meno pacifiche, contro il film su Maometto prodotto negli Stati Uniti e considerato oltraggioso per l'Islam. E dopo il tragico assalto di martedì sera al consolato Usa di Bengasi in cui l'ambasciatore Chris Stevens e altri tre americani hanno perso la vita, l'amministrazione Obama corre ai ripari: da un lato cerca di placare gli animi e di non pregiudicare i suoi rapporti con i Paesi musulmani condannando il video, dall'altro decide di rafforzare la propria sicurezza nella regione, spostando due navi da guerra verso le coste libiche, la USS Laboon e la USS McFaul, oltre al rinforzo di 200 marines e l'eventuale uso di droni contro le postazioni terroristiche in Libia.

Washington prende quindi le distanze dal film "L'innocenza dei musulmani", firmato da Sam Bacile, probabilmente pseudonimo di Nakoula Basseley Nakoula, un produttore di origine copte. "Il governo degli Stati Uniti non ha nulla a che vedere con il video", ha detto il segretario di Stato Hillary Clinton definendolo "disgustoso e deplorevole" e ideato con l'unico scopo di "denigrare una grande religione". "Ogni leader responsabile - ha poi aggiunto - dovrebbe alzarsi e condannare ogni violenza".

Da più parti intanto si levano voci a difesa della figura del Profeta. A partire dal presidente egiziano Mohamed Morsi che, prima di imbarcarsi per il suo primo viaggio in Europa mette in chiaro: Maometto rappresenta "una linea rossa intoccabile". Il leader egiziano aveva appena ricevuto una telefonata del presidente Usa Barack Obama per discutere di cooperazione in ambito di sicurezza ma anche per chiedergli maggiore protezione dell'ambasciata al Cairo, dove martedì sono scoppiate le prime dimostrazioni e dove ancora oggi nuovi scontri tra manifestanti e forze dell'ordine sono finiti con oltre 200 persone intossicate dai lacrimogeni.

Il personale americano è stato evacuato dalla sede del Cairo, così come dall'ambasciata di Sana’a, dove oggi giovedì 13 settembre quattro persone sono morte durante un tentativo di assalto disperso dalla polizia yemenita. Le proteste si sono allargate, da Casablanca a Giacarta, da Dacca a Tel Aviv, da Teheran a Tunisi, obbligando le ambasciate, non solo Usa, a rafforzare le misure di sicurezza. E Hamid Karzai ha deciso di annullare un viaggio in Norvegia nel timore di possibili violente manifestazioni in Afghanistan.

Intanto il presidente Obama ha parlato al telefono anche con il neo premier libico Mustafa Abu Shagur concordando di condurre indagini congiunte sull'assalto di Bengasi e la morte di Stevens. In serata il capo della Casa Bianca ha ripetuto che "nessun atto di terrore resterà impunito", mentre da Tripoli Shagur ha confermato l'arresto di alcuni sospetti, senza precisarne il numero né la presunta 'appartenenza' a gruppi terroristici. "Finora non abbiamo prove della presenza di Al Qaeda in Libia. Gli estremisti islamici sono una minoranza", ha sottolineato il nuovo premier libico.

Ma Al Qaida, o meglio le sue diramazioni locali, restano sul banco degli imputati: la manifestazione di Bengasi contro il film su Maometto - è la certezza dell'intelligence Usa – è stato solo un pretesto per mettere in atto un attacco "già pianificato". Un attacco compiuto in due fasi: la prima al consolato dove l'ambasciatore Stevens è rimasto in trappola, la seconda in una casa segreta ritenuta sicura dove lo staff Usa era stato trasferito, ma che i miliziani armati hanno raggiunto provocando una sparatoria e uccidendo i due marines. Secondo fonti libiche, l'assalto al consolato aveva il preciso scopo di far evacuare il personale diplomatico - compreso Stevens - verso il 'rifugio' dove il commando, che già ne conosceva la posizione, aveva deciso di tendere l'agguato agli americani.