Julian Assange potrebbe restare chiuso anche per un anno all'interno dell'ambasciata ecuadoriana a Londra. A sostenerlo è lo stesso fondatore di Wikileaks, al centro di un braccio di ferro tra Quito e Londra, che vorrebbe estradarlo in Svezia nonostante il suo timore che possa essere consegnato agli Stati Uniti dove è accusato per la sottrazione di documenti riservati."Credo", ha spiegato il quarantenne australiano in un'intervista al canale televisivo ecuadoriano, "che tutto ciò si risolverà in non meno di sei mesi e non più di 12, attraverso canali diplomatici o per il verificarsi di un evento imprevedibile come la guerra contro l'Iran o che il governo svedese archivi il caso. Tra gli scenari - ha poi ironizzato Assange - ritengo l'ultimo il meno probabile".

Nei giorni scorsi il presidente dell'Ecuador, Raffael Correa, aveva delineato tre strade per sciogliere l'impasse diplomatico: Gran Bretagna e Svezia potrebbero garantire che Assange non sia trasferito negli Stati Uniti; i magistrati potrebbero interrogarlo nell'ambasciata; le autorità britanniche potrebbero lasciarlo andar via dal Paese senza arrestarlo. Nessuna delle tre ipotesi, però, è stata finora presa in seria considerazione dai due governi.

Da Washington, intanto, è arrivata notizia di una piccola rappresaglia contro Quito per aver dato ospitalità all'uomo che con Wikileaks aveva pubblicato le comunicazioni riservate delle ambasciate Usa in tutto il mondo. Si è appreso, infatti, che al giornalista ecuadoriano Emilio Palacio, che in patria aveva scritto un editoriale di fuoco contro Correa ed era stato condannato insieme a due colleghi al pagamento di una multa di 40 milioni di dollari, Washington ha concesso l'asilo il 17 agosto, il giorno dopo in cui Quito accolse la richiesta formulata da Assange. "Sono grato al governo americano per il suo sostegno", ha spiegato Palacio, "dato non solo a me e alla mia famiglia, ma anche ai giornalisti dell'Ecuador".