di Raffaele Mastrolonardo

Un mese può essere un caso, due consecutivi cominciano ad assomigliare a una tendenza. E non si tratta di un andazzo piacevole per Barack Obama, abituato a guidare la classifica dei finanziamenti elettorali. Il fatto è che sia a maggio che a giugno Mitt Romney ha raccolto più contributi per la propria opera di propaganda di quanti non ne abbia raggranellati il presidente in carica. La notizia ha contribuito ad aumentare le preoccupazioni dell'inquilino della Casa Bianca alle prese con una situazione economica che non depone bene per la sua rielezione e che, come se non bastasse, vede ora la sua nomea di abilissimo procacciatore di denaro messa in discussione. Di fronte al doppio exploit dello sfidante, The Politico, testata online specializzata nella politica Usa, si è spinta fino a definire Romney “fundraiser-in-chief”. A far aggrottare ulteriormente le sopracciglia di Obama – che pure i sondaggi danno ancora in testa - ha contribuito la constatazione che il sorpasso è tale anche senza considerare i soldi raccolti dai cosiddetti super PAC, i comitati elettorali che possono ricevere donazioni illimitate a patto che i soldi siano spesi indipendentemente rispetto alle campagne dei candidati. Questi soggetti stanno diventando protagonisti della campagna e funzionano bene soprattutto sulla sponda repubblicana.

I numeri – La prima avvisaglia che la sfida monetaria non sarebbe stata agevole per l'attuale inquilino della Casa Bianca è arrivata a maggio. In quel mese Mitt Romney, contando i soldi raccolti dalla sua campagna e da quella del partito, ha messo insieme 76,8 milioni di dollari contro i 60 di Obama. La conferma il mese successivo. Il candidato mormone ha raccolto 72,8 milioni di dollari contro i 66 del rivale. Il risultato è che la gara dei contributi - in cui Obama partiva nettamente favorito e che lo vede ancora in testa quanto a totale racimolato – è ora più in bilico e i conservatori sembrano in grado di mettere fieno in cascina più velocemente. Guardando dentro la contabilità ufficiale dei contributi si scopre che dalla fine di maggio alla fine di giugno il presidente ha raccolto ben 45 milioni di euro mentre il Democratic National Commitee, ovvero il suo partito, si è fermato a 20,5 milioni. Il rapporto di forza tra candidato e partito è inverso nel campo concorrente. A giugno Romney ha racimolato “di persona” circa 33 milioni di dollari, il Republican National Commitee ben 39 milioni. Da notare inoltre che il candidato repubblicano è riuscito ad allargare la propria platea di piccoli donatori, tradizionale terreno di caccia di Obama: nel mese di giugno i soldi provenienti da individui che hanno offerto meno di 200 dollari allo sfidante hanno costituito il 41 % del totale contro il 42 % dell'avversario. Per sorridere un po', o almeno per sentirsi meno corrucciato, Obama può guardare al conto in banca. Secondo l'Huffington Post, avrebbe nel suo deposito ancora 135 milioni da spendere in campagna, Romney 111,9.

Super soldi – In attesa di sapere se luglio confermerà la tendenza, una cosa è comunque assodata: in questa tornata la gara dei finanziamenti sarà più equilibrata rispetto a 4 anni fa quando Obama surclassò l'avversario raccogliendo 750 milioni di dollari contro i 230 di John McCain. In una competizione serrata un ruolo ancora più importante potrebbero ricoprirlo i Super PAC, i comitati elettorali indipendenti messi in gioco da un sentenza del 2010 della Corte Suprema americana. Quelli conservatori, almeno fino ad ora, sono stati più abili di quelli progressisti nella raccolta fondi da spendere in comunicazione corrosiva. Come dimostra un'infografica interattiva di ProPublica a giugno il super PAC conservatore American Crossroads ha distanziato Priorities USA Action che supporta Obama e, più in generale, i comitati filo-repubblicani sono stati fin qui più bravi dei corrispettivi democratici a convincere aziende e ricchi americani a finanziarli. Insomma, la partita dei soldi è incerta e, vista l'importanza del denaro nelle campagne americane, c'è da scommettere che lo sarà anche quella nelle cabine elettorali.