di Raffaele Mastrolonardo

I diritti umani sono tali pure su Internet. E dunque vanno protetti anche online. A cominciare dalla libertà di espressione. A proclamare l'importante equiparazione è stata una sede autorevole, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che ha sancito così il principio che gli individui devono godere delle stesse libertà fondamentali in rete come fuori e che i governi sono tenuti a garantirle indipendentemente dal medium di espressione adottato. La risoluzione è stata promossa dalla Svezia e fortemente sponsorizzata dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Reuters, tra le nazioni che l’hanno sottoscritta ci sono anche Cina e Cuba, che pure avevano espresso alcune riserve durante la discussione preliminare, ma poi hanno riconosciuto “la natura globale e aperta di Internet come una forza cruciale per il progresso". A queste si è aggiunta anche la Tunisia, dove è cominciata la cosiddetta “Primavera Araba” alla cui diffusione si ritiene che il web abbia contribuito. “Il risultato più rilevante della rivoluzione tunisina è il diritto alla libertà di espressione […] ed è per questo che in Tunisia c'è un grande impegno nel consolidare i diritti di Internet”, ha commentato l'ambasciatore tunisino Moncef Baat citato da The Australian.

Fuori e dentro - “Gli stessi diritti che le persone hanno offline devono essere protetti online, in particolare la libertà di espressione, che è applicabile indipendentemente dalle frontiere e su ogni media scelto”, si legge nel testo approvato a Ginevra. Il documento si spinge inoltre fino a considerare “la natura globale e aperta della rete una forza nell'accelerazione del progresso verso lo sviluppo nelle sue varie forme” chiedendo “a tutti gli stati di promuovere e facilitare l'accesso a Internet”. Tra i primi a manifestare soddisfazione per il pronunciamento dell'Onu, Hillary Clinton che ha definito la risoluzione una “pietra miliare” in un momento in cui “il libero flusso delle notizie e dell'informazione è sotto minaccia in varie nazioni del mondo”. Come è noto, fin dall'inizio del suo mandato il segretario di Stato ha inserito la promozione della libertà in rete in cima alla lista delle priorità diplomatiche del suo Paese. Altrettanto soddisfatta la Svezia, primo sponsor della risoluzione. “Un voto storico” lo ha chiamato il Ministro degli esteri scandinavo Carl Bildt in un editoriale sull'International Herald Tribune, aggiungendo che “non possiamo accettare che i contenuti su Internet siano limitati o manipolati a seconda dell'umore passeggero dei leader politici”.

Effetti pratici - La risoluzione votata la scorsa settimana si inserisce in una linea di tutela della libertà di accesso a Internet già tracciata dalle Nazioni Unite. Tra i precedenti, il Rapporto sulla promozione e la protezione del diritto di opinione ed espressione presentato all'Assemblea generale nell'agosto del 2011 le cui conclusioni sono piuttosto chiare: “Sebbene l'accesso a Internet non sia ancora un diritto umano come tale, il Rapporto desidera sottolineare che gli stati hanno un obbligo positivo a promuovere o facilitare il godimento del diritto alla libertà di espressione e dei mezzi di espressione necessari per esercitare questo diritto, compreso Internet”. Quale effetto concreto avrà la decisione del Consiglio è comunque presto per dirlo. Come è stato notato da alcuni esperti, la formulazione del documento è a tratti ancora vaga, soprattutto laddove non specifica che gli stati dovrebbero fornire giustificazioni valide per eventuali azioni di censura. Inoltre, come è stato notato da Bits, blog del New York Times, le pulsioni repressive dei governi (anche quelli democratici) e gli interessi delle industrie tecnologiche che li assistono sono duri a morire. Lo dimostrano, per esempio, le centinaia di richieste di rimozione di contenuti che ogni arrivano a Google e Twitter dai Paesi di tutto il mondo.

No Acta - In attesa di capire se effettivamente la decisione Onu sarà una “pietra miliare”, i sostenitori della libertà di espressione online possono gioire per un importante voto del parlamento che avrà effetti immediati. Il 4 luglio scorso l'assemblea ha infatti respinto l'ACTA, il controverso trattato internazionale contro la contraffazione il cui percorso di approvazione era stato costellato da azioni di protesta da parte degli attivisti. Fra le preoccupazioni degli oppositori c'era anche quella che l'accordo avrebbe conferito ai governi nazionali la possibilità di ordinare ai fornitori di servizi online la consegna dei dati personali dei presunti responsabili di violazioni del copyright online. In virtù del voto contrario di 478 parlamentari ACTA non diventerà legge nell'Unione europea.

Sciopero Wikipedia Russia - Potrebbe invece essere approvata in Russia la legge che, con l’obiettivo di creare una lista nera di tutti i siti con contenuti vietati dalla pedopornografia all'estremismo, rischierebbe di mettere il bavaglio alla Rete. Il provvedimento per "proteggere i bambini dall'informazione nociva alla loro salute e sviluppo", chiede la creazione di un registro federale che deciderà sui contenuti da censurare e obbliga i proprietari dei siti e i provider a chiudere gli indirizzi internet ritenuti dannosi. Secondo i difensori dei diritti umani e dei provider internet, dietro alla proposta di legge si cela un tentativo di censura del web, oggi unico vero spazio di libertà nel Paese. "Se si seguono le previsioni e le parole degli emendamenti in discussione si arriverà alla creazione in Russia di un corrispettivo del 'Grande Firewall cinese", si legge in una nota di Wikipedia Russia, che martedì 10 luglio ha sospeso il suo servizio per 24 ore e listato la sua homepage a lutto. Negli ultimi mesi, Internet ha giocato un ruolo fondamentale nelle recenti proteste anti-governative, con l'opposizione russa che continua a informare e organizzare le proprie iniziative per lo più attraverso i social network.