di Raffaele Mastrolonardo

Una sconfitta ma anche altre due settimane per sperare. Come quasi tutto quello che riguarda Julian Assange anche nella vicenda processuale che lo vede coinvolto non mancano imprevisti e colpi di scena. L'ultimo è andato in onda nella mattina del 30 maggio quando la Corte Suprema inglese si è pronunciata, a maggioranza, a favore sull'estradizione del fondatore del sito degli informatori in Svezia dove le autorità locali vogliono interrogarlo in merito alle accuse di stupro e aggressione sessuale presentate da due donne. Il pronunciamento – che ha respinto l'appello di Assange alla decisione dell'Alta Corte di Londra del 2 novembre scorso - avrebbe dovuto mettere la parola fine ad una vicenda giudiziaria cominciata ormai nel dicembre 2010. Ma così non è stato. Appena Lord Phillips, presidente della Corte, ha terminato di leggere la decisione che, di fatto, metteva Assange su un aereo per Stoccolma gli avvocati dell'australiano hanno richiesto e ottenuto (non senza un po' di imbarazzo da parte degli stessi giudici) di poter studiare meglio la decisione ed eventualmente presentare istanza per riaprire il caso. Secondo Dinah Rose, difensore del capo di WikiLeaks, la Corte avrebbero infatti basato il proprio pronunciamento su testi che non sono stati citati dalle parti nell'udienza precedente e dei quali esse non sono state informate. Tanto è bastato perché al team legale di Assange fossero concessi altri 14 giorni per provare a cambiare nuovamente il corso degli eventi.

Due settimane per sperare. Dal punto di vista tecnico la Corte doveva decidere su una questione terminologica: ovvero se le definizione di “autorità giudiziaria” si applica anche al pubblico ministero svedese che ha avanzato la richiesta di estradizione. In caso affermativo, sulla base della legislazione inglese che recepisce i trattati comunitari in materia, la Gran Bretagna sarebbe tenuta a concedere l'estradizione alla Svezia. Cinque giudici della suprema Corte contro 2 hanno stabilito che questo è il caso e che dunque l'estradizione poteva avere luogo. Il problema, però, è come sono arrivati a questa decisione. Ovvero, appoggiandosi alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, più volte citate nel testo. Il problema - hanno fatto notare gli avvocati dell'australiano – è che la Corte non aveva comunicato ad accusa e difesa che avrebbero preso il testo in considerazione non consentendo così alle parti di argomentare in merito. Dunque, Assange non sarà estradato in Svezia immediatamente. La vicenda, secondo quanto ha detto l'esperto di questioni legali inglese Joshua Rozenberg alla BBC è “inusuale” e il risultato della distrazione della Corte è che l'uomo che ha svelato al mondo i segreti del Pentagono può ancora sperare. “E' ancora tutto in gioco”, ha detto Rozenberg

Spauracchio Svezia, terrore Usa.
Come è noto, Assange teme che l'estradizione in Svezia sia solo il primo passo verso la sua consegna alle autorità statunitensi. Ancora nella serata del 29 maggio, il giorno prima della decisione della Corte, WikiLeaks ha inviato ai media un dossier nel quale si argomenta, tra le altre cose, come negli Stati Uniti un Grand Jury segreto starebbe cercando da mesi il modo di incriminare Assange per spionaggio. Inoltre, sostiene sempre WikiLeaks, il governo americano sta lavorando per convincere Svezia, Gran Bretagna e Australia a estradare l'australiano.
Da più di un anno WikiLeaks deve affrontare il blocco dei pagamenti messo in atto da Visa, Mastercard e PayPal, decisione per la quale l'organizzazione che protegge gli informatori si è appellata all'Unione europea. Anche per fronteggiare la crisi finanziaria Assange ha accetato la proposta dell'emittente russa RT di condurre uno show televisivo settimanale nel quale intervista personaggi come Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah e Rafael Correa, presidente dell'Ecuador.