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di Carola Frediani

Ha una privacy policy, il documento che in Italia chiamiamo in genere “termini condizioni e privacy”, lungo 2600 parole. Un malloppo in cui si spiega che le informazioni personali degli utenti possono essere cedute ad altri, inclusi “venditori, consulenti e altri fornitori di servizi o volontari”. E che i dati raccolti possono anche comprendere il tipo di dispositivo mobile usato, l'ID dell'apparecchio (cioè il suo numero identificativo), il browser utilizzato e la localizzazione geografica del device (e quindi di chi lo sta usando). Grande fratello Facebook? No, almeno non in questo caso.
Qui si tratta del sito di Barack Obama, che in effetti sfoggia una politica sulla riservatezza degna di un'azienda internet. Con una nota di colore ancora più interessante: le informazioni degli utenti possono pure essere cedute a “candidati, organizzazioni, gruppi o cause” che la stessa campagna per la rielezione del presidente americano ritiene simili per principi, obiettivi e visione politica. A suo insindacabile giudizio evidentemente. Il che apre scenari inediti e bizzarri nella gestione di questi dati personali. Se sono un elettore di Obama potrei essere interessato anche al fotovoltaico? A una causa animalista? A un prodotto vegetariano? A una partita di basket? Chissà.

E pensare che poco tempo fa lo stesso Obama ha spinto il Congresso ad approvare una carta dei diritti sulla privacy dei consumatori, bacchettando al contempo compagnie come Facebook e Google, per spingerle ad adottare politiche più trasparenti in materia di manipolazione dei dati personali.
Il Consumer Privacy Bill of Rights, in discussione in questi mesi, dovrebbe consentire un maggiore controllo da parte degli individui sulle proprie informazioni personali, più trasparenza, il rispetto per il contesto in cui i dati sono raccolti, oltre a una richiesta di maggior sicurezza e capacità di rendere conto da parte dei soggetti e delle aziende che li rastrellano.
Tutti ottimi principi se non fosse che la realtà della campagna elettorale e dei meccanismi stessi della rete spingono proprio il presidente a fare incetta di quelle preziose informazioni personali per rendere i suoi messaggi più efficaci, cucendoli addosso al singolo elettore. Obama for America (Ofa), la campagna che sostiene la sua rielezione, ha già investito milioni di dollari in questo genere di attività, andando a pescare e a collegare informazioni cedute volontariamente in vari contesti dagli elettori, ma anche prelevate dai post su Facebook.

Lo scorso gennaio l'Ofa ha speso 812mila dollari per i servizi digitali della Bully Pulpit Interactive, azienda specializzata nell'usare informazioni raccolte sui social media per personalizzare messaggi elettorali. E i comitati nazionali dei due partiti non sono da meno. Il Democratic National Committee a gennaio ha pagato oltre 600mila dollari a 14 diverse aziende che forniscono servizi di gestione dei dati. Tra queste, la Applied Political Technologies di Springfield (Virginia), che sostiene di essere in grado di identificare le persone per razza ed etnia, con particolare attenzione ad ebrei, ispanici, asiatici; e di essere capace di raggiungerle anche telefonicamente.
Ovviamente anche il Republican National Committee ha speso lo scorso gennaio oltre 400mila dollari per servizi simili. E sebbene entrambi gli staff diano rassicurazioni sul fatto che questi dati in loro possesso verranno trattati in modo corretto e onesto verso gli elettori, Obama sembra essere più in contraddizione con quanto predica.
Il fatto è che l'utilizzo accorto di queste informazioni personali – come testimoniato dalla cosiddetta Operazione Narvalo –  potrebbe fare la differenza nella campagna elettorale 2012, così come in quella precedente l'hanno fatta in parte i social network. E nessuno vuole tirarsi indietro. I dati dunque, ma anche il finanziamento tramite cellulare, che invece fino ad oggi ha segnato il passo. Ebbene, proprio la campagna di Obama ha trovato il modo per aggirare gli ostacoli tecnico-burocratici che hanno sempre reso difficile utilizzare gli sms come un sistema di fund raising facile e capillare.
Come hanno fatto? Utilizzando un meccanismo simile al 1-Click di Amazon: in pratica ogni volta che un elettore dona qualcosa con una carta di credito gli chiedono di poter conservare i suoi dati in un database, così, se successivamente vuole tornare a dare qualcosa al volo, anche solo 10 dollari, lo può fare mandando un semplice messaggino col telefonino e digitando solo la somma in questione: 5, 10, 30 ecc. E senza dover riscrivere i propri dati o compilare moduli via iPhone. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Perché il cellulare è probabilmente la risorsa finora più sottoutilizzata delle presidenziali americane.