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di Nicola Bruno

Non sono “citizen journalist”, se con questo termine si intende un normale utente che si trova al posto giusto nel momento giusto e riprende il tutto con un cellulare. E non possono essere considerati neppure “giornalisti” veri e propri, dal momento che non hanno avuto nessun percorso professionale di questo tipo. Ma è grazie a loro se, da quando sono iniziate le rivolte e i massacri in Siria , riusciamo a vedere le immagini che il regime di Assad non vorrebbe venissero mai mostrate.
I loro nomi - Khaled Abou Salah, Omar Telawi, Danny Abdul Dayim, Rami al-Sayed, per citarne solo alcuni dei più noti - forse ci dicono poco, ma i video che hanno registrato (soprattutto ad Homs negli ultimi mesi) hanno fatto il giro del mondo. Grazie ad Internet , certo, ma anche perché le grandi catene televisive internazionali come Al Jazeera, BBC, CNN li utilizzano di frequente per raccontare il conflitto. Soprattutto dopo che molti reporter internazionali sono stati espulsi dal paese e altri più coraggiosi, come Mary Colvin del Sunday Times e Anthony Shadid del New York Times, sono morti in Siria.

Anche i video-journalist (Vj) locali ogni giorno rischiano la vita, ma col tempo hanno imparato ad organizzarsi al meglio per documentare i massacri e far venire fuori il punto di vista della Free Syrian Army (FSA), il movimento ribelle che controlla ancora in parte la città di Homs. Come ha spiegato nei giorni scorsi un report di Mobile Media Toolkit , i Vj siriani sono “organizzati, formati, intelligenti, strategici e promuovono i propri contenuti - la maggior parte dei quali sono realizzati con telefoni cellulari - con uno scopo”. Hanno cioè un’agenda ben precisa che, in alcuni casi, li porta anche ad manipolare i propri video, per comunicare meglio al mondo occidentale lo stato del paese. Ed è proprio per questo motivo che - suggeriscono gli autori del report - più che giornalisti o “citizen journalist” sarebbe meglio parlare di “media-attivisti”.

Come lavorano
- Un ritratto da vicino dei VJ della protesta siriana è arrivato la scorsa settimana da un documentario di Channel Four , che ci fa vedere come sono organizzati i tanti media-attivisti che si aggirano per Homs, gli strumenti che utilizzano, i rischi che corrono ogni giorno.

Guarda un estratto del documentario “The Video-Journalists of Homs”:



La quantità di video che i Vj di Homs hanno realizzato negli ultimi mesi è davvero impressionante, come dimostra l’archivio online di Telecomix , sito gestito da un gruppo di hacker stranieri che ha avuto un ruolo cruciale durante le proteste in Egitto e ora raccoglie in un’unico luogo tutti i materiali (video, foto, testimonianze scritte) prodotti dai ribelli siriani. Altri aggregatori che pubblicano frequenti aggiornamenti sono la pagina Facebook Activists News Association , l’account Twitter @RamyYaacoub , il blog Reporting From Damuscus e LLC Syria , a dimostrazione del fatto che le strategie di comunicazione online sono multi-piattaforma e, sempre più spesso, anche in real-time attraverso il servizio Bambuser .

I volti dei Vj - Per realizzare questa mole di contenuti non basta ovviamente che singoli cittadini si improvvisino reporter. Ma serve un’organizzazione ben precisa: smartphone, computer portitali, modem, ricevitori satellitari e, in alcuni casi, anche tecnologie più lente (come le penne Usb e gli hard-disk) che offrono una sicurezza maggiore. Col tempo, poi, i Vj di Homs hanno anche creato un vero e proprio stile giornalistico personale: le immagini spesso riprendono un’azione molto cruenta, con una voce fuori-campo che descrive in maniera concitata quello che sta succedendo. Questo video realizzato da Danny Abdul Dayim, conosciuto anche come “ Voice of Homs ” per le sue frequenti comparse sulle tv internazionali , ne offre una dimostrazione:



Un altro volto noto è poi quello di Khaled Abou Salah: dopo i primi video diffusi su YouTube e Facebook, è nel tempo diventato una delle fonti più utilizzate da Al Jazeera .



Questo, invece, è un video realizzato da Omar Telawi nel pieno di una sparatoria. Alla fine del filmato compare anche il suo volto con la bandiera in mano.



Non solo scontri, comunque. Spesso i media-attivisti di Homs denunciano anche le conseguenze dei bombardamenti sui civili, come si può vedere in questo video di Abo Jaafer, altro volto noto dell’opposizione siriana.



Per quanto conoscano il territorio meglio dei corrispondenti stranieri, anche i Vj spesso mettono a repentaglio la propria vita. Il media-attivista Rami al-Sayed è stato ferito mentre stava mandando in onda un live-streaming su Bambuser: è poi deceduto dopo alcune ore . Rami al-Sayed aveva condiviso oltre 900 video sul suo profilo di YouTube . Lo scorso dicembre anche il cugino Basil al-Sayed era stato ucciso dalle forze governative mentre riprendeva una sparatoria in diretta.

Manipolazione?
- In tutto ciò, comunque, non sono mancati i casi in cui i media-attivisti siriani, ben consapevoli del potere delle immagini che trasmettono, hanno manipolato alcuni video per comunicare una maggiore drammaticità. Un esempio viene offerto sempre dal documentario di Channel Four ( minuto 07:45 ), in cui si vede il Vj Omar Telawi preparare un video da trasmettere su YouTube: mentre si lamenta con i colleghi di essere troppo lontano dall’azione, dice “Dovremmo bruciare uno pneumatico”. Più tardi durante le riprese con una fitta coltre di fumo alle spalle di Telawi, la telecamera di Channel Four si sposta e scopre che è in realtà che sotto c’è un pneumatico a cui è stato dato fuoco. Più che di manipolazione, si è trattato in realtà di un semplice “abbellimento”, che però fa riflettere sull’affidabilità dei video prodotti dai Vj siriani. Soprattutto se si considera che hanno una precisa agenda e spesso sono utilizzati come unica fonte dai media occidentali. E’ per questo motivo che, commentando la scomparsa di Mary Colvin e Anthony Shadid, il critico del New York Times David Carr ha scritto : “Per molti di noi, la guerra sta diventando qualcosa di distante, che avviene sullo schermo di un computer (...) I video che provengono dalla Siria sono importanti, ma senza le lenti del giornalismo non sono sufficienti. La guerra richiede testimonianze che vanno oltre un click su YouTube”.