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di Raffaele Mastrolonardo


L'ultima in ordine di tempo è la direttrice della Darpa, l'agenzia del Pentagono che si occupa di progetti innovativi e che ha avuto un ruolo strategico nella nascita di Internet. Regina Dugan, alla guida dell'organizzazione da meno di tre anni, lascerà infatti gli uffici del governo per approdare alla corte di Google. Percorrendo il tragitto che separa Washington da Mountain View, Dugan rafforzerà una volta di più quel legame speciale che unisce il colosso del Web alle stanze dei bottoni da quando è salito al potere Barack Obama. La liaison in passato ha fatto scuotere più di una testa negli ambienti conservatori, tanto che qualcuno è arrivato a equiparare la relazione tra il motore di ricerca e l'attuale amministrazione a quella tra la Halliburton, multinazionale delle costruzioni e del petrolio, e George Bush ai tempi della guerra in Iraq. Esagerazioni politiche a parte, quel che sembra innegabile è il tragitto di un'azienda nata con il motto di “non fare del male” e all'insegna della purezza tecnologica e che ora, tra rimescolamenti di personale con il governo, attività di lobbying e protagonismo nelle relazioni internazionali sembra sempre più “politica”.

Andata e ritorno
- Dugan, dunque, prima donna alla guida della Darpa, non è l'unica ad avere preso l'aereo che porta dalla Casa Bianca al GooglePlex, o viceversa. Prima di lei, tra gli altri, si ricorda Andrew McLaughlin, capo della divisione Public Policy dell'azienda californiana diventato il numero due dei servizi informativi del presidente. Proprio una serie di e-mail tra McLaughlin e alcuni lobbisti in quota al motore di ricerca avevano spinto il National Legal and Policy Center, centro studi conservatore, a chiedere un'indagine parlamentare sulla vicenda. Ma anche Jared Cohen, attuale responsabile del think tank Google Ideas rivela un passato da alto burocrate, essendo stato per 4 anni nel Policy Planning staff del Dipartimento di Stato dove si era fatto notare per i ripetuti coinvolgimenti di grandi aziende della Silicon Valley in questioni di politica estera. Recentemente, Cohen è finito sotto i riflettori nell'ambito delle rivelazioni di WikiLeaks riguardanti la società di Intelligence Stratfor. Da quanto emerge da alcune delle e-mail pubblicate dal sito degli informatori gli analisti dell'azienda seguivano da vicino gli spostamenti in Medio Oriente di Cohen che avrebbe giocato un ruolo nella primavera araba.
Dopo tutto, non è la prima volta che Google si trova al centro di questioni di politica internazionale. Anzi, a rafforzare la tesi di coloro che vedono una consonanza eccessiva tra il gigante Web e il governo Usa contribuì proprio il cyber-spionaggio di cui la società fu vittima nel 2009 ad opera di pirati informatici cinesi. Non fosse bastato l'intervento esplicito di Hillary Clinton, in quell'occasione, come notò Danger Room, blog di Wired, l'azienda di Mountain View si rivolse per un aiuto agli specialisti della National Security Agency. Una partnership tanto più pericolosa, secondo il blog, dal momento che in passato l'agenzia si è alleata con compagnie di telecomunicazione per effettuare intercettazioni telefoniche. Senza contare che Google, per via della grande quantità di informazioni che possiede sulle navigazioni degli utenti, riceve dai governo Usa (ma non solo) costanti richieste di rilascio di dati: quasi 6 mila solo nei primi sei mesi del 2011.

Sapore di lobby
- Ma i movimenti di personale o la politica del cambio di regime per mezzi tecnologici non sono le uniche dimostrazioni di quella che, secondo molti, è una presenza eccessiva di Google a Washington e dintorni. Anche sul fronte dell'attività di lobbying il motore di ricerca assomiglia sempre di più a una corazzata. Nel 2011, secondo l'associazione Consumer Watchdog, l'azienda di Sergey Brin e Larry Page ha superato Microsoft nei finanziamenti ai rappresentanti del popolo americano: 9,7 milioni di dollari contro i 7,3 della società fondata da Bill Gates e Paul Allen. Si tratta di una cifra quasi doppia rispetto all'anno precedente (5,2 milioni) che però non esaurisce i contributi erogati dal motore di ricerca a uomini del Congresso. Secondo quanto riporta il sito OpenSecrets ci sarebbero altri 3 milioni e 700 mila dollari investiti attraverso società di pubbliche relazioni. Ovviamente, l'attività di lobbying non è un reato e va notato, come ricorda Wired, che molti dei “googlers” che si erano recati alla corte di Obama non hanno resistito a lungo al freddo della capitale. Resta però che, tra polemiche sulla privacy e i successi di Facebook e Apple, l'immagine del motore di ricerca è in affanno da tempo. E l'essere considerata una società di casa a Washington non risolve certo il problema. Anzi…