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di Gabriele De Palma

Anche quest'anno, in concomitanza con la giornata mondiale contro la cyber-censura (che si è svolta il 12 marzo), Reporter senza frontiere ha pubblicato la relazione sullo stato della libertà di espressione online. I dati, che si riferiscono al 2011, indicano un peggioramento della situazione rispetto all'anno precedente: 5 giornalisti morti e 200 (inclusi i blogger) arrestati. Le classifiche dei "Nemici di internet" stilate da Rsf vengono così aggiornate: tra i Paesi sotto sorveglianza compaiono da quest'anno India e Kazakistan, mentre ne escono Libia e Venezuela. In quella dei nemici veri e propri, Bahrein e Bielorussia, che nel 2010 erano tra i "sorvegliati speciali", si uniscono ad Arabia Saudita, Birmania, Cina, Corea del nord, Cuba, Iran, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

I due nuovi nemici.
In Bielorussia i giornalisti sono persone non gradite, né quelli locali né gli stranieri (invisi soprattutto i reporter russi): 30 gli arrestati e due croniste russe costrette a chiedere asilo politico in Lituania. A peggiorare la libertà di espressione online è stato il nuovo corso del presidente Lukashenko, rieletto nel dicembre del 2010, che ha represso la cronaca delle proteste di piazza dopo il voto e ha oscurato quasi del tutto la copertura mediatica dell'attentato alla metropolitana di Minsk avvenuto in aprile. In Bahrein la situazione è peggiorata in coincidenza con la ribellione iniziata il 14 febbraio 2011, data da cui il traffico nazionale su internet è calato del 20 per cento a causa dei filtri sempre più stretti imposti dal regime della famiglia Al Kalifa, che dal XVIII secolo domina l'arcipelago del Golfo Persico. I siti che diffondevano immagini e video degli scontri di piazza sono stati oscurati, numerosi blogger sono stati arrestati, tra cui Zainab Alkhawaja, nota come AngryArabiya, trattenuta senza condanna né imputazioni ufficiali per più di una settimana. È andata decisamente peggio a Zakariya Rashid Hassan, deceduto durante la detenzione, probabilmente a causa delle torture subite in carcere. Continuano a non esserci notizie invece della sorte di Sayid Yousif Al-Muhafdah, 'sparito' dal marzo 2011 e mai più rivisto né sentito. 

Sorvegliati e sorveglianti. L'India è entrata nel novero dei Paesi osservati speciali dopo aver introdotto la normativa – IT Rules 2011 – che regola il web del subcontinente e prevede che i fornitori di servizi internet rimuovano contenuti offensivi entro 36 ore dalla segnalazione. Vanno contro la libertà di espressione anche le insistite richieste, soprattutto a Blackberry e Google, di poter monitorare le conversazioni telefoniche via internet e le email.
Per il Kazakistan invece il motivo della denuncia di Rsf è la chiusura di siti che diffondevano notizie non filogovernative. Tra i più importanti si segnalano eurasia.org.ru, krasnoetv e guiljan.
Gli unici Paesi che hanno migliorato la propria classifica sono stati la Libia e il Venezuela. La nazione nordafricana liberandosi di Gheddafi – considerato dalla Ong uno dei massimi “predatori della libertà di stampa” – ha rimosso il principale ostacolo alla libertà, non solo di espressione; il Venezuela invece esce dalla lista dei sorvegliati perché la legislazione approvata nel 2010 che prevede un controllo dell'informazione, online e non, non ha finora dato alcun risultato repressivo. Ma l'attenzione di Rsf rimane comunque alta nei confronti del Paese governato da Hugo Chavez.

Hadopi, Sopa e Acta.
Resta tra i sorvegliati speciali anche la Francia, unico Paese dell'Unione europea incluso nella lista. Oltre alle pressioni subite dai giornalisti di Rue89 e di France Inter, è la legge nota come Hadopi – che prevede la disconnessione dal web degli utenti che vengono sorpresi tre volte a condividere file d'autore sulle reti peer-to-peer – a rendere i cugini d'oltralpe quasi nemici di internet. E la Ong della libertà di stampa coglie l'occasione del rapporto sui nemici di internet per ribadire la propria opposizione contro altre importanti legislazioni in discussione in questi mesi: lo Stop Online Piracy Act (Sopa) – di cui è appena stata sventata una versione italiana proposta dall'Onorevole Fava – il Protect IP Act (Pipa) e l'Anti Counterfeiting Trade Agreement (Acta).