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di Gabriele De Palma

I primi se ne sono già andati. Dopo la giornata di protesta contro la decisione di rimuovere i contenuti giudicati inopportuni dai singoli governi locali, alcuni utenti di Twitter hanno spostato le tende verso identi.ca, servizio dalle funzioni analoghe (qui un confronto tra i due). Non si può certo parlare di una migrazione di massa né tantomeno di un esodo, ma più di un utente sta valutando come comportarsi.
La discussione sulla nuova politica di Twitter è in corso e le posizioni sono sostanzialmente due. C'è chi, come i paladini delle libertà digitali della Electronic Frontier Foundation, sostiene che la possibilità di rimuovere i contenuti in un paese anziché essere pericolosa e lesiva della libertà di espressione è un miglioramento della situazione attuale. E ci sono altri – tra cui Reporter senza frontiere – che ritengono che, una volta attivato, un simile servizio verrà largamente utilizzato dalle nazioni meno democratiche e tolleranti.
Se il mirino della critica è puntato sul social network da 140 caratteri, vale però la pena vedere come si comportano le altre piattaforme web più diffuse nel caso in cui ricevano da un governo la richiesta di eliminare i contenuti illegali in base alle leggi locali.

Il caso di Google
- Senza pubblicizzarlo molto, Google ha attivato pochi giorni prima dell'annuncio di Twitter un sistema del tutto analogo, scoperto dalla webzine TechDows. I blog ospitati sulla piattaforma Blogspot di proprietà dell'azienda di Brin e Page, verranno reindirizzati, laddove è possibile, sugli indirizzi locali. Quindi un italiano anziché finire sul blogspot.com si troverà su blogspot.it. Il motivo? Limitare la censura e fare sì che eventualmente i contenuti vietati in Italia vengano censurati solo per gli italiani, come viene spiegato nelle FAQ pubblicate su Blogger. YouTube, di proprietà della grande G, ha rimosso numerosi video ritenuti illegali nel Paese in cui erano stati pubblicati: i casi più celebri sono quelli di lesa maestà ai danni del fondatore della patria Ataturk in Turchia e della monarchia in Thailandia.

E quello di Facebook - La policy del “libro delle facce” in materia di censura e rimozione è da cercare nel contratto che gli utenti sottoscrivono al momento della registrazione. Al punto 5 della Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità si parla della Protezione dei diritti di terzi e viene chiarito che: “Ci riserviamo il diritto di rimuovere tutti i contenuti pubblicati su Facebook, nei casi in cui si ritenga violino la presente Dichiarazione”. E al capitolo sull'Adempimento delle richieste legali e prevenzione dei danni spiega come il social network “potrebbe condividere le tue informazioni per adempiere a una richiesta legale” anche quando tali richieste provengono “anche da giurisdizioni esterne a quella degli Stati Uniti, se Facebook ha ragione di ritenere che ciò sia richiesto dalla legge”. E non sono mancati i casi di censura, puntualmente denunciati in rete. Non solo nei regimi repressivi, ma anche negli Usa in occasione di Occupy Wall Street, nel Regno Unito durante i London Riots e anche contro il settimanale satirico Charlie Hebdo, colpevole di aver pubblicato immagini di Maometto.

Yahoo! e Flickr- Anche l'altro colosso dei motori di ricerca e dei servizi social è stato accusato di favorire la censura. Il caso più eclatante risale al 2006, quando modificò i risultati delle ricerche sulla sua versione cinese, in modo che non fossero reperibili contenuti politicamente sgraditi al governo locale. Altri due casi di rimozione sono balzati agli onori della cronaca negli Usa. La prima volta quando su Flickr, piattaforma di condivisione di fotografie controllata da Yahoo, venne pubblicata l'immagine di Obama mascherato da Jocker: account sospeso per violazione di copyright sull'immagine. Dopo quell'episodio Flickr modificò il proprio regolamento e, nei casi di violazione della legge, anziché sospendere l'intero account, iniziò a eliminare solo i file incriminati. A settembre dello scorso anno invece fu il servizio di email a sollevare le proteste in rete, per non aver evaso la corrispondenza contenente il termine occupywallst.org. Dopo le proteste, il management chiarì che per errore l'indirizzo IP che faceva da collettore alle comunicazioni tra manifestanti era stato incluso tra gli indirizzi spam.

Copyright e identi.ca. - Tutti gli internet service provider citati hanno chiaramente espresso nei propri termini di servizio il rispetto dell'altrui copyright e tutti in passato hanno rimosso contenuti su richiesta dei legittimi proprietari dei diritti. Lo stesso vale anche per l'alternativa Open Source che stanno scegliendo i transfughi da Twitter, identi.ca. Inoltre come fanno notare alcuni utenti italiani residenti in Cina, il problema della libertà di espressione per i dissidenti non viene risolto lasciando Twitter dal momento che “twittercensored o meno, dalla Cina cambia poco. Anche identi-ca è bannato”.